di Maurizio Artale e Laura Stallone

La scelta di condividere queste poche righe con ognuno di voi nasce dal titolo di un libro di Mario Calabresi, La mattina dopo (ed. Mondadori, 2019). Ad ispirare infatti questa nostra riflessione sono stati uomini e donne che in questi mesi si sono rivelati dotati del vaccino del coraggio, capaci semplicemente di fare il meglio con quello di cui disponevano. Così abbiamo provato a mettere nero su bianco il nostro pensiero su un argomento “traumatico”, per svelarne possibili tracce di luce.

Sì, perché è al mattino che sorge la luce del giorno. La mattina dopo infatti può riguardare ciascuno di noi, perché tutti, almeno una volta nella vita, in modo diverso, l’abbiamo vissuta. Una delusione professionale o sentimentale, un lutto, una perdita, un’ingiustizia, una catastrofe naturale, la fine di qualcosa di imprescindibile: all’indomani si manifesta con forza la necessità di “restare a galla”, di non lasciarsi sopraffare, di trovare una motivazione e continuare ad andare avanti, ma soprattutto di capire come farlo al meglio.

Dal mese di marzo 2020 il nostro orizzonte quotidiano e di vita è cambiato: c’è una epidemia che coinvolge d’improvviso e inaspettatamente tutti nello stesso momento e in tutto il mondo. Come abbiamo vissuto e come stiamo vivendo questo radicale cambiamento di prospettiva? Quali cicatrici, segni, tatuaggi lascerà questa esperienza sul piano etico, politico, sociale, economico, meglio dire umano? Il Coronavirus ha invaso la nostra vita quotidiana: ci siamo sentiti costretti, isolati, impotenti, vulnerabili, in balia di eventi nuovi e sconosciuti. Siamo tutti vergini di fronte a questa nuova minaccia. Come l’abbiamo fronteggiata? A chi ci siamo affidati?

La paura del Covid-19 arriva, in vario modo, raggiunge pian piano tutti senza distinzione di sesso, età, nazionalità, status socio-economico. La situazione da caotica, confusa e instabile è divenuta pian piano più chiara: c’è una pandemia da fermare, o almeno da rallentare, in cui tutti siamo chiamati a collaborare. Che fare, quindi?

Il nostro cervello è fatto per rispondere a situazioni emergenziali in modo immediato ed eccellente: quando però l’emergenza si prolunga, quando lo “stra-ordinario” diventa “ordinario”, diviene necessario cominciare a sviluppare risorse più complesse, provando ad orientarci nel presente, facendo ricorso alle risorse ancora accessibili ed utili per navigare nel tempestoso mare dell’urgenza, senza perdere la fiducia nell’auspicato ritorno alla sicurezza.

In questa tempesta una buona notizia permane: il cervello umano, come è noto a tutti noi, studiosi e non, è capace di adattarsi a situazioni inimmaginabili (basti pensare alle guerre, agli stermini, alle stragi…). Viviamo un picco di terrore e smarrimento, il trauma, e poi, se fortunatamente abbiamo “sufficiente” supporto attorno a noi, confini di movimento chiari e “sicuri”, risorse interne ed esterne “adeguate”, passo dopo passo, tra un vacillare ed una ripresa, gradualmente, costruiremo nuove prospettive, imparando e traendo forza proprio dall’esperienza negativa vissuta (crescita post-traumatica). In una parola: resilienza. Provare a fare semplicemente il meglio con quello che abbiamo.

Per i più audaci, fermarsi e lasciar emergere quello che affiora dal vuoto potrebbe rivelare persino qualche bella sorpresa e perché no, trasformare l’attesa in una “buona” occasione per riflettere. Ma come ho affrontato la mia “mattina dopo”? Quale è stato il mio modo per combattere le paure che hanno accompagnato questa insolita fase della mia vita?

Il 4 marzo del 1933, il Presidente degli Stati Uniti Roosevelt disse che l’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa. Un monito utile da recuperare appena 88 anni dopo, in questo momento storico in cui siamo stati chiamati ad affrontare il prolungato stress psicologico dell’allerta per il Covid-19. Infatti, se da un lato la sensazione di paura è legata ad una situazione nuova e rischiosa come questa epidemia, dall’altra, se non controllata, può far perdere di vista l’essenziale, ovvero fare le uniche cose “possibili” per proteggersi.

Luminari, esperti e professionisti della psiche ci vengono in aiuto con alcune indicazioni apparentemente praticabili. Anna Oliverio Ferraris, già docente di Psicologia all’Università La Sapienza di Roma e autrice di diversi libri dedicati alla paura e alla resilienza, ci dice che dovremmo provare a “digerire” le brutte notizie, facendo ricorso alla razionalità. I numeri in aumento delle vittime, la chiusura di scuole, musei, cinema, la sospensione delle messe, il Governo convinto a trattare la situazione come calamità naturale, l’aumento esponenziale dei casi di contagio, l’assalto ai supermercati per assicurarsi i viveri, le raccomandazioni di evitare le occasioni di socializzazione: tutte notizie che oggettivamente mettono ansia. E i media incalzano. Non aiutano a gestire la paura. Da qui il necessario ricorso alla razionalità.

La stessa Oliverio Ferraris ci ricorda che la paura “serve”. Questa gode senz’altro di una cattiva fama, eppure è una emozione benefica: serve per mettersi in salvo, attaccare o reagire. Serve anche per segnalare agli altri la presenza di un pericolo […] ha il pregio di acuire i sensi, attivare l’attenzione e mettere in moto la mente che rapidamente passa in rassegna le possibili soluzioni. Diventa pericolosa quando è troppo forte o persistente. La paura deve servirci. Deve orientarci verso soluzioni razionali. Da qui l’aiuto della resilienza. Nelle situazioni di crisi alcune persone possono sentirsi travolte dal clima negativo, schiacciate dalle notizie ansiogene che ogni giorno si affollano sui media, mentre altre possono avvalersi di una risorsa interiore, o resilienza, che permette loro di resistere alle negatività, di mantenere viva la speranza in un futuro migliore, grazie anche al loro impegno personale (riflessioni tratte liberamente da: Più forti delle avversità. Individui e organizzazioni resilienti di Anna Oliverio Ferraris e Alberto Oliverio, Ed. Bollati Boringhieri, 2014).

“Quando la vita rovescia la nostra barca, alcuni affogano, altri lottano strenuamente per risalirvi sopra. Gli antichi connotavano il gesto di tentare di risalire sulle imbarcazioni rovesciate con il verbo ‘resalio’. Forse il nome della qualità di chi non perde mai la speranza e continua a lottare contro le avversità, la resilienza, deriva da qui” (P. Trabucchi, Resisto dunque sono, Ed. Corbaccio 2007 Milano).

Seneca diceva: “Le difficoltà rafforzano la mente così come il lavoro irrobustisce il corpo”. Noi del Centro di Accoglienza Padre Nostro, che non abbiamo permesso a nessuno di farci rubare la speranza, non lo abbiamo permesso e non lo permetteremo neanche al Covid-19: non ci siamo barricati “dentro” per paura. Abbiamo “spalancato” e “adattato” le nostre sedi. Abbiamo “aperto” le nostre braccia e i nostri cuori. Sempre rispettando la legge. Perché chi rispetta la legge, alla lunga, in questo percorso difficile e tortuoso, attraversando gli uomini, prima o poi la spunta.

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