Tanto rumore per nulla. O quasi. Lo psicodramma su Dante Alighieri si dipana nel pomeriggio del Dantedì e diventa in poche ore una specie di match calcistico Italia-Germania. Il quotidiano Repubblica nella sua versione online pubblica un articolo intitolato: “Dante, l’incredibile attacco di un giornale tedesco: ‘Arrivista e plagiatore, l’Italia ha poco da festeggiare'”. Ma che davvero? Ci si lustra gli occhi e sembra che dal Frankfurter Rundschau sia appena esplosa una bomba atomica. Ma cos’hanno da insegnarci dalla patria di Goethe? La pagina Facebook di Repubblica s’infiamma. Decine e decine i commenti di lettori imbestialiti con il signor Arno Widmann reo pure di un titolo sibillino (“Dante: le buone nel pentolino, le cattive nel gozzino”) tratto dalla Cenerentola dei Grimm un modo di dire che si userà in Germania evidentemente e che potrebbe essere semplificato all’osso: i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Perfino il ministro della Cultura Dario Franceschini twitta un po’ di sfuggita e con una certa sicumera: “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. Passa però qualche decina di minuti e nel frattempo sulla pagina Facebook di Repubblica qualcuno comincia a suonare l’allarme: guardate che nell’articolo non c’è scritto Dante “arrivista”, Dante “plagiatore”, e men che meno “l’Italia ha poco da festeggiare”. Basta una scrollatina di google translate e i termini specifici motivo del contendere non appaiono. Scatta la traduzione da chi vive a Treviri, Monaco, Berlino. O più semplicemente chi conosce il tedesco. Un utente su Facebook scrive: “Ecco l’articolo: l’ho letto tutto. Sono allibito. Dove sarebbe “l’incredibile attacco a Dante?”. Si tratta di un noioso articolo che parte dalla poesia provenzale per poi parlare della Divina Commedia e arrivare a Shakespeare. Nulla di che. “Plagiatore”? Si cita un articolo del 1919 (!) dell’arabista Miguel Asin Palacios, secondo il quale Dante conosceva la storia dell’ascesa in cielo di Maometto e si sarebbe ispirato. Arrivista? Si parla di spirito agonistico invitando a “non sottovalutare” Dante, non certo per attaccarlo”.

Un’altra signora su Facebook: “È un’analisi dotta e di ampio respiro, che propone interpretazioni e spunti di riflessione. Non sono riuscita a trovare nessuna traccia di ‘l’Italia ha poco da festeggiare'”. Passano i minuti e anche il corrispondente in Italia della Frankfurter Allgemeine Zeitung, Tobias Piller, rincara la dose alle agenzie di stampa: “Non ho letto da nessuna parte né arrivista né plagiatore. Mi sembra un articolo che inquadra Dante nel suo tempo e ne spiega la grandezza ai tedeschi”. In effetti l’analisi di Arno Widmann sembra tutto fuorché un j’accuse a Dante Alighieri. Il testo è piuttosto corposo, sicuramente ha l’ambizione di punzecchiare molte certezze sull’autore fiorentino, ma lo fa in una prospettiva storica ampia collegandosi ad esempio alla tradizione dei trovatori provenzali, antecedenti a Dante, che “come i poeti italiani cantavano donne immaginarie o reali, le sollevavano in paradiso e le inondavano di metafore”. Widmann scrive quindi che Dante “mirava a ottenere lo stesso effetto” delle opere dei trovatori “ma senza musica”. Definisce poi Dante “in competizione con loro, voleva superarli, l’impossibile era il suo elemento”. Anche più avanti nel testo, Widmann sostiene (assunto opinabile e ardito a livello storico per carità) che Dante conosceva i testi arabi su Maometto in Paradiso e quindi ne contesta come dire l’originalità a livello di ispirazione della Divina Commedia scrivendo che “faremmo torto a Dante se sottovalutassimo le sua ambizioni sportive (il termine è rozzo per il contesto ma figurativamente chiaro e non è traducibile con “arrivista” ma semmai con “spirito competitivo”). Anche il parallelismo con Shakespeare può essere quantomeno blasfemo, per noi italiani sia chiaro, ma l’autore dell’articolo sostanzialmente distingue i due sostenendo che l’autore inglese è “amorale”, mentre Dante – semplifichiamo anche qui all’osso – con questa divisione in buoni e cattivi nella Divina Commedia (da qui il possibile equivoco derivante dal titolo, ndr) ha come “un’opinione su tutto e si erge a tribunale della moralità”.

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