Sinisa Mihajlovic, l’uomo che visse due volte. Quando salirà sul palco di Sanremo 2021 per duettare con l’amico Zlatan Ibrahimovic sulle note di Io vagabondo dei Nomadi, per l’allenatore del Bologna calcio saranno 600 giorni esatti da quando annunciò all’Italia intera di essere malato di leucemia. L’uomo d’acciaio, colui che da giocatore e ancor di più da allenatore ha sempre suggerito di attaccare alto l’avversario prima di subirlo (glielo insegnò mamma Viktorija, chiedeteglielo, soprattutto se incontrate qualcuno più grosso di voi), si ritrovò improvvisamente fragile e mortale. Piansero in tanti durante quel transfer collettivo. Piansero i bolognesi che tifavano rossoblù (a proposito, Sinisa, dal “piccolino che si leva la giacca” sembra ancora “Inter Channel”). Si commossero gli avversari che l’avevano combattuto e sfidato in mezzo al campo. Lo osservò rapito anche chi il calcio non lo seguiva mai. Sinisa nudo, malato, sconvolto, in lacrime davanti agli italiani. La corsa contro il tempo per una cura che devasta e che non garantisce la sopravvivenza. La squadra che aspetta in ritiro. Lui che arriva nemmeno due mesi dopo, neanche a metà della cura, sulla panchina del Bologna, magro, scavato, con un cappellino in testa, perché l’aveva promesso ai tifosi e a se stesso, è un racconto che rimarrà nella storia del calcio italiano.

Lui che in Italia ci ha giocato dal 1992 al 2006 (ci mettiamo gli anni alla Samp come quelli più belli e scanzonati?), e che qui ha allenato dal 2006 ad oggi (ci mettiamo l’impresa del Bologna acciuffato per i capelli verso la B nel febbraio 2019 e in nemmeno tre mesi portato a 30 punti in 17 partite fino al decimo posto?), è anche un vero calciatore dei record da guinness dei primati. Pensate, è l’unico ad aver segnato nella stessa partita (Lazio – Sampdoria 5-2, dicembre ’98) tre gol su punizione, ed è addirittura il calciatore che nel campionato italiano ha realizzato più punizioni di tutti (28), battendo perfino Baggio e Totti (21) e Maradona (14). Sinistro magico allenato fin da bimbo contro il cancello del garage di casa a Borovo, nell’allora Croazia di Tito (per gli amanti della statistica Sinisa ha calcolato sulla scia di Open di Agassi ben 518400 tiri all’anno), Mihajlovic è stato campione in patria (Stella Rossa di Belgrado) e poi proprio durante quella maledetta guerra fratricida nella ex Jugoslavia ha vissuto da figlio di padre serbo e madre croata con famiglia in fuga dalla violenza dei croati, ma rifugiata in Serbia dal figlio già calciatore a Belgrado con il beneplacito della Tigre Arkan, criminale di guerra.

La polemica non si chiuderà mai. L’ultimo capitolo di protesta contro la vicinanza amicale all’assassino Arkan, stralcio di passato che nel libro La partita della vita (Solferino) è descritto nei minimi, terribili, sconvolgenti e complessi particolari, è sfociato in un manifest(in)o di un centinaio di intellettuali, politici, cooperatori della gauche bolognaise contro la “cittadinanza onoraria” al serbo a meno che non abiurasse quel passato. Nel frattempo si arriva al palco di Sanremo. Niente padel sulla riviera di ponente. Soltanto basco e dolcevita rossoblu, e da un paio di match, in panchina, scarpe bianche alte che si vedono lontano chilometri, Mihajlovic asseconda con sincera vanità la richiesta di Ibra (che a fine 2019 voleva convincere ad andare al Bologna quando Slatan invece preferì Milano) prima nemico tra spinte e parole grosse nel 2005- Sinisa sponda Inter, Zlatan coi ricci sponda Juve – poi grande amico nella stagione giocata insieme all’Inter nel 2006/07. “Io vagabondo che son io, vagabondo che non sono altro”. La stonatura verrà aggredita alta oltre la linea di centro palco davanti a parecchi milioni di italiani. Lasciatelo allora dire alla bolognese una buona volta che sei arrivato anche a Sanremo: Sinisa socc’mel ban.

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