A Sanremo non è più tempo d’ “amare”. Con un misero dieci su ventisei non serve nemmeno un Dpcm d’urgenza. Nei testi del Festival di Sanremo 2021 non si cantano più l’ “amore”, l’ “amare”, l’ “innamorarsi”, il “cuore”. Romanticherie addio. Proprio nell’anno in cui un brano (torna) ad intitolarsi così, secco, Amare (canta La rappresentante di lista, che sono in due, e a scuola ci andavano nell’anteguerra), stesso titolo di un brano vincitore nel 1979 (ricordate Mino Vergnaghi?), scompaiono gli svolazzi del cuore dai brani in gara. Praticamente il vocabolario dell’amore lo usano solo le donne (otto su dieci, e tra i due uomini uno è Giò Evan) e perfino una come Arisa, che non lesina mai gli Amami, Malamorenò, e va in un Amami Tour, nasconde la parola “amore” dopo averci depistato in Potevi fare di più con una rima che mai arriva (dolore, vapore, rumore) concedendo una pennellata di sentimento quasi quando il brano finisce: “E chissà quanto tempo io ti amerò ancora”. Già perché qui se non fosse per Orietta Berti (“quando ti sei innamorato, perduto/da allora niente è cambiato”) sembrerebbe di stare al festival del turpiloquio. I Maneskin in Zitti e buoni la mettono sul versante apotropaico (“Vi conviene toccarvi i coglioni/Vi conviene stare zitti e buoni”) e su quello del volgo stolto (“Parla la gente purtroppo/parla non sa di che cazzo parla”). E uno dice, vabbè sono i Maneskin (tanto cara la dolce Victoria direttamente da un fiction di Rai1). E invece l’aria del ponente ligure in zona rossa sembra suscitare incazzature perfino tra gli insospettabili. Pensate che a Sanremo si sdogana addirittura la “merda”. Willie Peyote in Mai dire mai canta “Vince la merda se a forza di ridere riesce a sembrare credibile”, ma anche gli insospettabili giocherelloni Colapesce e DiMartino la piazzano lì tra capo e collo: “Tiene in piedi una festa/Anche di merda”. Ancora Giò Evan, che nei brani mette tutto e il contrario di tutto, si lamenta sboccato di occasioni perdute (“i viaggi con chi ami/si ma i sogni a puttane”), mentre Aiello si autodenigra da parolacciaro consumato (“L’atteggiamento di uno stronzo, invece era terrore”). Un festival di duri e puri, insomma. Gente che fuma e lascia scie puzzolenti (Fasma – Parlami: “Io non sono quell’altro/che di me/che di me/ti rimane addosso il tabacco”), gente che beve (Fuminacci – Santa Marinella: “Non cercarmi mai ma però incontriamoci/Prima o poi senza volerlo/Al reparto superalcolici”), gente che fa sesso come nemmeno Rocco Siffredi (ancora Aiello: “Quella notte io e te/sesso ibuprofene/tredici ore in un letto”). Gente di lotta (e di governo) come Lo Stato Sociale che in Combat pop la butta sull’etica nel mondo della musica e poi sviolina un verso per Amedeo Umberto Rita Sebastiani (“Ormai solo Amadeus/ha un profilo di coppia”). Gente che sta sul pezzo del virus e ce l’ha col ministro Franceschini (Willie Peyote che ritma il ritornello “Riapriamo gli stadi ma non teatri né live”). Nell’antitradizionalista Sanremo 2021, infine, a forza di evitare le solite rime ci si incaglia in un grosso ostacolo compositivo: problemi oculistici da prenotazione ambulatoriale. Francesco Renga in Quando trovo te confonde fischi per fiaschi (“si bagnano anche gli occhi, forse piove”). Coma_cose sono addirittura da pronto soccorso: “Hai le fiamme negli occhi ed infatti/se mi guardi mi bruci”. Noemi bascula attorno ad una visione chiaramente da ricovero: “Siamo soli adesso noi/sopra a un pianeta blu”. Ma è Madame a spicciare casa a Battiato e Sgalambro, dimostrando che una visita di routine ogni tanto non farebbe male: “Negli occhi delle serrande si stenderanno e io sparirò”.

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