La pandemia l’ha spiegato in maniera piuttosto chiara. Il calcio poggia tutto su una bolla di sapone. E per farla scoppiare è sufficiente la punta di uno spillo, come il pagamento differito (o mancato) dei diritti televisivi o un filotto di acquisti sbagliati. La parola d’ordine ora è rinegoziare. Al ribasso con calciatori e dipendenti, possibilmente al rialzo con i broadcaster internazionali. Così gli ultimi mesi sono stati quelli delle grandi contraddizioni. Il Barcellona, la squadra con il fatturato più alto del mondo, si è trovata costretta a vendere per fare mercato. Il Real Madrid, il club che ammucchiava fenomeni come fossero figurine, ha deciso di cedere dodici calciatori senza comprarne neanche uno. “Prima di questa crisi il mercato aveva preso sembianze assurde – ha detto qualche settimana fa Hasan Salihamidzic, direttore sportivo del Bayern Monaco – Ovviamente io posso parlare solo per noi e siamo sempre riusciti a lavorare con ragionevolezza. E non vogliamo smettere di farlo in futuro. Dalle crisi nascono sempre delle opportunità”. Ecco, appunto. Ragionevolezza.

Nessun’altra parola riesce a spiegare meglio la politica recente dei bavaresi. Puntare tutto sull’acquisto di un unico, costosissimo, campione vero o presunto è una strategia aleatoria. Il Barcellona l’ha imparato con Coutinho e Dembele (pagati in tutto 305 milioni di euro bonus compresi) e, in parte, con Griezmann. Il Real con Bale e Hazard. Perché non c’è acquisto che da solo possa garantire la vittoria della Champions League. Anzi, a volte i rischi sono addirittura superiori ai possibili benefici. Basta un mancato ambientamento per trasformare un campione in gingillo, è sufficiente un fraintendimento tattico per impiombare le casse societarie e fare evaporare la competitività della squadra. Una lezione chiara a tutti ma che non tutti hanno interiorizzato. Per rendersene conto basta leggere i giornali spagnoli. L’approdo di Mbappé e Haaland a Madrid viene dato per scontato. As è andato addirittura oltre, affermando che le meringhe potrebbero acquistare i due fenomeni del momento anche contemporaneamente. Costo dell’operazione: 852 milioni di euro. Una cifra che potrebbe essere alleggerita con le cessioni di Bale e Hazard, con il ritorno dei tifosi allo stadio (e con i relativi incassi al botteghino) e con gli introiti derivanti dal nuovo impianto. Più fantascienza che realtà.

Soprattutto adesso che la fine della pandemia è un concetto nebuloso e indefinito. Eppure neanche l’emergenza può scalfire la filosofia di un club che vede l’acquisto compulsivo come espressione della propria forza soverchiante, l’innesto seriale di campioni come bisogno che va oltre l’effettiva necessità. Niente di più lontano dall’ideale che negli ultimi anni è stato portato avanti dal Bayern Monaco. Il club che ha appena centrato il sextete, che martedì sera ha accartocciato la Lazio nell’andata degli ottavi di Champions, ha sposato una politica più morigerata ma non certo frugale. E quella “ragionevolezza” evocata da Salihamidzic si è tradotta in un credo: non fare follie per nessuno. O quasi. Il principio è stato elevato a sistema con il (mancato) rinnovo di contratto di David Alaba. Il Bayern si è seduto a un tavolo con il calciatore, ha ascoltato le sue richieste per firmare un prolungamento, le ha giudicate particolarmente esose e ha deciso di augurargli buona fortuna per la sua prossima avventura altrove. Anche se il ragazzo è uno dei difensori più forti del mondo. Anche se per 13 anni ha vestito la maglia del club.

“Abbiamo fatto tutto il possibile per raggiungere un accordo – ha detto Karl-Heinz Rummenigge, ad dei bavaresi – Abbiamo avuto diversi incontri, ma volevamo una risposta da lui entro la fine di ottobre. Quello che voglio chiarire è che la nostra offerta rifletteva perfettamente l’apprezzamento che abbiamo nei suoi confronti, ma non l’ha accettata”. Così Alaba lascerà il Bayern a giugno. A parametro zero. E lo stesso destino potrebbe toccare a Niklas Sule, che ha il contratto in scadenza nel 2022. “Generalmente siamo disposti a prolungare il contratto di uno dei nostri giocatori – ha spiegato Rummenigge – ma solo a determinate condizioni. I colloqui sono in corso, vedremo quali saranno i risultati”. Una questione di gerarchie. Con il blasone del club che viene sempre prima di quello dei suoi giocatori, con la bontà di un progetto che non viene valutata solo in base agli assegni staccati e alle stelle collezionate. D’altra parte il Bayern Monaco non si è mai vergognato a chiedere in prestito gli esuberi di lusso delle altre squadre. È successo con Coutinho (la cui clausola di riscatto, fissata a 120 milioni, non è mai stata esercitata), è successo con James Rodriguez (per il quale, di milioni, ne sarebbero bastati 42). Ma anche con Perisic e Douglas Costa. Negli ultimi cinque anni i bavaresi hanno perfezionato soltanto un acquisto formato “monstre”. L’eccezione che conferma la regola si chiama Lucas Hernandez ed è arrivato in Baviera per 80 milioni di euro.

Per il resto il Bayern ha provato a giocare d’anticipo. Serge Gnabry è stato prelevato per 8 milioni di euro dal Werder Brema, Alphonso Davies è costato 10 milioni, Kingsley Coman 21, Niklas Sule 20, Leon Goretzka addirittura zero (proprio come era successo con Robert Lewandowski, prelevato a scadenza dal Borussia Dortmund). Nelle ultime cinque stagioni il Bayern ha sfondato il tetto dei 40 milioni soltanto per due acquisti: Tolisso (pagato 41) e Upamecano, chiamato a sostituire Alaba, costato 42. Poi ci sarebbe anche Leroy Sané, per il quale è stato necessario un bonifico di 45 milioni in favore del Manchester City. Ma qui la storia è un po’ diversa. Il Bayern aveva provato ad acquistare il calciatore un anno fa. Solo che si era sentito rispondere che servivano 90 milioni. La reazione dei bavaresi era stata piena di sdegno. “Siamo costretti ad essere scettici – aveva commentato il vicepresidente Uli Hoeness – al momento è improbabile che la trattativa riesca, perché si tratta di some altissime. Sono dei pazzi”. Dodici mesi più tardi l’affare si è concluso alle condizioni del Bayern: 45 milioni più 15 di eventuali bonus. Nella peggiore delle ipotesi saranno comunque trenta milioni in meno rispetto a quelli chiesti da Guardiola. La storia recente del Bayern è diventata un compendio di gestione. Perché per vincere bisogna spendere. Ma spendendo meno e spendendo meglio, le possibilità di vittoria possono addirittura aumentare. E quei sei trofei consecutivi lo testimoniano.

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