di Carblogger

Ormai c’è una data per ogni pretesto. Meglio così: gli aztechi avevano un anno di 365 giorni come quello gregoriano, ma per complicate divisioni avanzavano loro cinque giorni. Che consideravano nefasti e nei quali non facevano nulla. Se potessero, oggi le cinque più grandi società petrolifere al mondo – Exxon, Bp, Chevron, Total e Shell – cancellerebbero l’intero 2020: insieme hanno perso oltre 70 miliardi di dollari dopo averne guadagnati poco meno di 50 nel 2019.

Il mondo si è fermato per il Covid, ma non è solo questo: il petrolio sta diventando come la mia cara macchina da scrivere. Al punto che Total cambierà nome in Total Energies per segnalare che i 2 miliardi di investimenti nelle energie rinnovabili non sono “greenwashing”. E che, insieme a Bp ed Exxon, punta alle emissioni zero nel 2050. Come in realtà sta decidendo per tutti il regolatore politico a livello globale.

L’industria dell’auto ha più di cinque giorni nefasti all’anno e sembra in preda a un raptus: tutti i costruttori improvvisamente corrono per diventare elettrici, al massimo entro il 2030, Jaguar e Ford last minute. La colpa è sempre del regolatore politico, che ha annusato l’aria e vuole evitare che la neve seppellisca di nuovo le raffinerie del Texas o che Capodanno possa capitare a maggio, come succedeva ai nostri aztechi.

L’auto a benzina e a gasolio, l’auto a petrolio ha i giorni contati. Morituri te salutant dureranno più dei legionari o degli schiavi che combattevano negli stadi romani, ma non passeranno secoli perché il nuovo calendario elettrico venga applicato. Dimenticate cosa accadde al gregoriano, varato nel 1582 e riconosciuto dalla Gran Bretagna nel 1752, dalla Germania nel 1770, dal Giappone nel 1873 o dalla Cina nel 1949.

C’è già una data simbolo in cui la fine dell’auto a petrolio potrà essere sempre ricordata – festa o funerale, fate voi: è il 20 aprile, giorno in cui l’anno scorso per la prima volta nella storia il prezzo del petrolio è andato sotto sui mercati, -38 dollari a barile. Un fatto epocale: Total e le sue sorelle per piazzare la loro mercanzia hanno dovuto regalarla e anzi metterci soldi sopra perché qualcuno se la prendesse.

L’inizio della fine. O la fine dell’inizio? Dico 20 aprile perché è data memorabile per il petrolio, oltre che per nove giovani trader dell’Essex che quel giorno hanno scommesso al ribasso sul prezzo del barile guadagnando in 24 ore ben 660 milioni di dollari, come ha raccontato Bloomberg Business lo scorso dicembre. Storia pazzesca, da farci un film.

Come è successo nel 2015 per “The Big Short”, da noi “La grande scommessa”, film ispirato a personaggi reali. Tra questi Michael Burry, ex medico e boss di un hedge fund interpretato da uno strepitoso Christian Bale, uso ad aggirarsi scalzo sulla moquette del suo ufficio o con in mano bacchette della batteria per scaricarsi. Asociale e non convenzionale, Burry scommise contro tutto e tutti sul crollo del mercato immobiliare, ritenuto impossibile. Accadrà nel 2007. Scommettereste sulla fine del petrolio?

Mentre mi arrovello, sul pc mi piomba una newsletter di GlobalData secondo cui nel 2030 quasi la metà dei veicoli venduti nel mondo avrà una forma di elettrificazione. Ammonisce il suo analista David Leggett: “Wait-and-see is no longer a sensible strategic option – urgency is required”. Mando a memoria l’ultima frase, rispondo no grazie alla prova di un suv elettrico perché forse non saprei dove attaccarmi per la ricarica e chiudo su una nota di Burry, quello vero.

Il trader da un paio di mesi sostiene di aver messo nel mirino la Tesla di Elon Musk, nel 2020 cresciuta in borsa fino a +800%. Dice che questa è un’altra bolla, anzi è il suo prossimo “Big Short”, “sempre più grande e ancora più grande”. Musk a picco, come uno di quei sacrifici umani degli aztechi? Impossibile.

Memo. Sullo “short” dei subprime, Burry guadagnò circa 100 milioni per sé e altri 700 per gli investitori che gli credettero. Oggi su Twitter si fa chiamare @Cassandra. E investe sull’acqua (letterale, non metafora).

@carblogger_it

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