Per contenere la pandemia Covid-19 è necessaria una strategia di salute globale coordinata da organizzazioni internazionali come l’Oms e i governi nazionali. Tuttavia, lo sviluppo e l’autorizzazione dei vaccini, invece di promuovere la cooperazione internazionale, ha innescato una frenetica competizione all’accaparramento delle dosi, con i paesi ricchi a dominare la scena. Uno studio del Centro per la Salute Globale della Duke University ha stimato che le nazioni a basso reddito dell’Africa subsahariana rischiano di non riuscire a vaccinarsi prima del 2024 se i paesi ricchi persistono nel loro “vaccinazionalismo.”

Non si stanno creando iniquità nell’accesso ai vaccini solamente tra i paesi, ma anche all’interno dei paesi. Il caso più emblematico è Israele, che merita speciale attenzione non solo per essere il paese più veloce al mondo nel vaccinare la propria popolazione, ma anche per aver adottato la strategia più iniqua e discriminatoria al mondo. La meticolosa e efficiente campagna vaccinale di Israele ha già mostrato la sua efficacia nel ridurre la trasmissione Covid-19, come osservato in un articolo apparso su Nature.

Tuttavia, la decisione di escludere i palestinesi dalla campagna vaccinale, o addirittura ritardare l’ingresso a Gaza di migliaia di dosi del vaccino Sputnik, è l’esempio più iniquo di “apartheid vaccinale” all’interno dello stesso paese.

Prima dello scorso Natale, dieci organizzazioni umanitarie internazionali, israeliane e palestinesi, tra cui Amnesty International Israele e Physicians for Human Rights Israele hanno lanciato un appello: “Esortiamo le autorità israeliane a rispettare i loro obblighi legali e garantire che vaccini di qualità siano forniti ai palestinesi che vivono sotto il controllo e l’occupazione israeliana anche in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza”. Questo “apartheid vaccinale” tra i paesi e all’interno dei paesi non è solo eticamente indifendibile, ma controproducente da un punto di vista epidemiologico. Il Covid-19 non è una malattia democratica e colpisce più duramente le fasce sociali meno abbienti. Tuttavia, la lotta al coronavirus ci impone come paesi e popolazioni di mettere da parte le nostre rivalità e cooperare per promuovere il bene comune, la salute di tutti.

La pandemia sembra quasi suggerire che non c’è spazio per sovranismi e nazionalismi. Per sconfiggerla, oltre alle misure di prevenzione (basate su tamponi e tracciamenti tempestivi con tecnologie di sorveglianza epidemiologica) l’accesso universale ai vaccini a livello globale non è una scelta, ma una necessità. L’idea di promuovere la copertura vaccinale solo a favore di alcuni paesi o solo per alcuni gruppi privilegiati di cittadini, invece, ci impedirà di controllare il virus poiché il Covid-19 non riconosce confini geografici, non non fa distinzioni tra le diverse classi sociali e gruppi etnici. Senza un’efficace strategia di salute globale, il coronavirus continuerà a contagiare fino a che tutte o la maggioranza delle persone non saranno protette.

Per alcuni, i diritti umani di tutti sono per lo più uno slogan astratto senza ricaduta pratica sulla vita reale delle persone. Si sbagliano. Proteggere il diritto alla salute di tutti è la strada più pragmatica per fermare la pandemia. Come spiega uno slogan ascoltato in una conferenza sui diritti umani alle Nazioni Unite: “Nessuno è al sicuro finché tutti non saranno al sicuro”.

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