In questi giorni l’Argentina è attraversata da grandi mobilitazioni spinte dai movimenti femministi che chiedono giustizia per Ursula Bahillo, solo 18 anni, uccisa dal poliziotto Matías Ezequiel Martínez. Al grido di Justicia Por Ursula (“giustizia per Ursula”) migliaia di persone sono scese in piazza in diverse città argentine (con una marcia nazionale il 17 febbraio) contro quello che definiscono un “femminicidio di Stato”.

Martínez ha ucciso la giovane, originaria della città di Rojas, con 15 pugnalate, un delitto efferato consumato la sera di lunedì 8 febbraio. Il corpo di Ursula è stato trovato in un campo, la stessa notte di lunedì, a 13 km da Rojas (a nord est di Buenos Aires) e subito si è pensato al suo ex ragazzo, il poliziotto di 25 anni che vessava la giovane ormai da tempo. Ursula aveva già fatto denunce alla polizia locale, allegando violenza psicologica, persecuzione e minacce, ma niente di tutto ciò è stato preso in considerazione dalle autorità: neanche la Comisaría de la Mujer y de la Familia (commissariato della Donna e della Famiglia) della città ha prestato ascolto e aiuto alle richieste di Ursula.

Come se non bastasse, gli stessi poliziotti che hanno disatteso le speranza della giovane di uscire da quell’incubo, la stessa notte di lunedì 8 febbraio hanno represso con forza (e con proiettili di gomma) le proteste a caldo dei familiari e amici che si erano riuniti proprio di fronte a quell’edificio per chiedere giustizia per la morte di Ursula. A ragione di tutto ciò il commissariato di polizia locale e il commissariato della donna e della famiglia di Rojas sono stati messi sotto indagine e sotto gestione esterna, per ordine del ministro della Sicurezza della provincia di Buenos Aires, Sergio Berni, e del capo della Polizia Bonaerense, Daniel García.

Questo però non ha placato le proteste, anzi. Proprio Sergio Berni è nell’occhio del ciclone perché tra le file della polizia della provincia di Buenos Aires ci sono altri 5.954 uomini denunciati di violenza machista tra il 2013 e il 2020, secondo dati ufficiali resi noti dal giornale Perycia. Sono, infatti, quasi 6mila i membri della polizia bonaerense denunciati all’Agai (Auditoría General de Asuntos Internos) per aver esercitato violenza di genere, un numero al quale si devono sommare tutte quelle denunce che, per paura e minacce, non sono mai state realizzate. L’impunità è poi l’altra agghiacciante faccia del problema, visto che l’80% degli indagati riceve una breve sospensione e poi torna ad esercitare le proprie funzioni.

Ursula aveva denunciato Martinez ben tre volte, il 9 gennaio, il 28 gennaio e il 5 febbraio. Un quarto tentativo di denuncia, proprio al commissariato della Donna e della Famiglia di Rojas, non è andato a buon fine (racconta la madre) perché era domenica e le è stato risposto di tornare in settimana. I ripetuti messaggi della giovane sulle sue reti sociali sono stati premonitori. “Se un giorno non dovessi tornare, scatenate l’inferno” scriveva su Instagram, mentre soffriva una violenza costante da parte del poliziotto bonaerense.

Il femminicida di Ursula contava, però, già altre denunce realizzate da due donne: in tutto Martínez, che era stato momentaneamente sospeso per disturbi psichiatrici ed era già stato ammonito più volte per il suo comportamento violento dentro il corpo di polizia, aveva sulle spalle 18 denunce per violenza di genere. Ecco, dunque, tutti gli elementi di un femminicidio di Stato, perché quello vissuto da Ursula è solo l’ultimo gradino di una violenza strutturale, volontariamente sminuita da un sistema-Stato che vede e tratta le donne così come gli uomini vedono e trattano le donne (citando Carmen Antony dal suo libro Hacia Una Criminología Feminista: violencia, androcentrismo y Derechos humanos): cioè con discriminazione, esercitando oppressione, come territorio di conquista e di dominio.

La polizia emerge quindi come un branco, che fa scudo e protegge chi usa la sua posizione di potere, le sue armi e la sua uniforme per aggredire, minacciare e abusare una donna, colpevole solo di essere tale.

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