Non era difficile scorgere tra le pieghe del viso di Sergio Mattarella una rabbia livida, tradita dalla cravatta storta e dalla voce più monotonale del solito, tendente al glaciale. Il suo appello al senso di responsabilità che avrebbe dovuto prevalere sui personalismi è caduto nel vuoto e la crisi di governo si è aperta.

Il suo disappunto andava oltre Matteo Renzi, colpevole dell’improvvido scoperchiamento di un pentolone colmo di un fare torbido che, in politica, è all’ordine del giorno e che Italia Viva ha rinvigorito chiamando a raccolta i non pochi che lodavano Conte ma ne pregustavano la fine.

Trame, vendette, odi personali sono il comune denominatore di tanta politica italiana.

La differenza col passato è che oggi si è svolto tutto a cielo aperto. Senza nemmeno un tappo simbolico capace di celare all’opinione pubblica l’evidenza che non sono state cruciali questioni politiche ad abbattere il governo, quanto vendette personali e narcisismi fatti pagare alla collettività.

Una crisi di governo agita come una lunga e pubblica sessione di psicodramma, ove desideri di usurpazione, narcisismi patologici, passione per la servitù padronale, sadismo e brama di ribalta si sono esibiti a cielo aperto. È mancata la forma, quel velo che ha sempre diviso la legge dalla perversione, nascosto agli occhi della città l’evidenza che questi due fiumi sgorgano da un’unica foce per poi ricongiungersi nelle profondità carsiche.

In questa crisi il sottosuolo è diventato palcoscenico.

Prendiamo un parallelo storico. Nel 1992 l’allora presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, zittì la defezione di cinque ministri contrari alle legge Mammì sostituendoli con un discorso durato meno di un minuto. La forma era salva, il padre si occupò di lavare i panni sporchi intra moenia dando all’italiano medio, che nulla voleva sapere o sentire di maneggi umbratili, la verità tranquillizzante che gli serviva: a casa, tutto bene.

Questo esecutivo è caduto a causa di una scellerata azione perversa e cinica. Un modus operandi che fa dell’ombra il proprio habitat, del ricatto il metodo di contrattazione. Un fare allergico alla luce del sole e refrattario al contatto con la realtà elettorale. Telemaco non ha cacciato gli usurpatori da Itaca, ma li ha fatti entrare.

Non si dia però la colpa al solo Renzi. Da solo, non poteva nulla. Egli ha intruppato in modo trasversale chi non vedeva l’ora di regolare i conti con un premier da sempre detestato, specie da chi mal tollerava la seccante presenza di chi teneva una luce accesa su coloro che camminavano nell’ombra.

L’eliminazione di Conte è stato il parricidio di un ingombro inamovibile, refrattario ai ricatti. È stata la vendetta consumata nei confronti di chi era solito illuminare i fattacci che avvenivano dentro casa, e osava poi rivolgersi agli italiani guardandoli in faccia.

Troppo per chi, abituato ai maneggi dostoevskjani, era allergico alla luce della parola. Quell’uomo che si rivolgeva alle famiglie e pubblicamente ammoniva i ribaldi che in tempo di pandemia minacciavano di sfasciare tutto non poteva restare un minuto in più in sella alla guida del paese. Troppa luce filtrava dalle finestre aperte.

Libero dall’impiccio, questo sommovimento è riuscito ad aggregare compagni di viaggio formalmente nemici irriducibili nell’ora diurna, ma sodali serali davanti ad una ricca torta di denari da spartire.

Qualcuno, dopo aver ricattato il parlamento, serenamente potrà sedersi al tavolo, con un posto riconosciuto, profittando di un’atavica mancanza di anticorpi a questo virus da parte del corpaccione italico.

Mario Draghi presiede oggi un gruppo cementato dall’odio e dalla connivenza. La destra estrema e la sinistra, la xenofobia e la solidarietà si danno finalmente la mano grazie a chi vive a cavallo della legge e mette in contatto universi che di giorno si fanno la guerra, ma di notte amoreggiano lontano da occhi indiscreti.

L’arrivo di Draghi, inneggiato sospettosamente da quasi tutta la stampa unita in un coro unanime e monocorde, obbedisce al desiderio di avere una figura imponente, un padre riparatore non già che castri, fermi la perversione, tenga l’odio calmierato. Tutt’altro.

Il grande padre serve alla perversione per potersi meglio muovere senza la seccatura di fastidiosi riflettori. Per questo deve essere ingombrante, per oscurare tutte quelle faglie, quelle increspature, quei pertugi dai quali si percepivano i maneggi che devono restare celati ai più. Durerà sino a che riuscirà a schermare il tutto. Nemmeno lui, infatti, è immune dalla coazione a ripetere corrosiva di chi ha fagocitato altri primi ministri ripetendo il medesimo tragico copione.

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