Stop alla riforma dei medici di base: a rischio uno degli interventi principali del governo post Covid (e la partenza delle Case di comunità)
Alla fine la riforma della medicina generale è saltata. La misura voluta dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, è stata attaccata da tutte le parti, e alla fine non ha retto. Le rimostranze dei sindacati dei medici di famiglia, sulle barricate perché non coinvolti dal ministro, hanno trovato terreno fertile tra le fila della maggioranza. Prima i dubbi di Forza Italia, poi il forte pressing della Lega. Alla fine la premier Giorgia Meloni ha dovuto prendere atto dei contrasti interni al centrodestra e bloccare tutto, facendo storcere il naso a molti presidenti di Regione che sulla riforma avevano puntato tanto. Così, il decreto che prevedeva l’inserimento d’emergenza dei medici di base nelle Case di comunità, e il passaggio alla dipendenza per una parte di loro, resterà in un cassetto. Ora, a venti giorni dalla scadenza del Pnrr, rimane ancora da capire chi andrà a lavorare nelle nuove strutture territoriali, per evitare che rimangano edifici vuoti, incapaci di erogare servizi ai cittadini.
Il fatto che Schillaci già da tempo non goda più del supporto incondizionato di tutte le anime dell’esecutivo è cosa nota (si veda il bailamme scatenato dalla revoca delle nomine del comitato sui vaccini, che aveva spaccato la destra la scorsa estate). D’altronde, è il rischio che si corre quando un tecnico viene nominato ministro all’interno di un governo decisamente politico. Soprattutto quando le urne sono in vista e per i partiti diventa fondamentale non scontentare pezzi del proprio elettorato. Il risultato è che, nonostante le Regioni amministrate dal centrodestra avessero sostenuto Schillaci, le pressioni dei camici bianchi – e dell’Enpam, ricco ente previdenziale dei medici – hanno convinto Palazzo Chigi a fare un dietrofront. Ma per la Fimmg, il principale sindacato dei medici di famiglia, non si tratta di un cedimento in difesa della categoria, né di una vittoria corporativa. L’iter è stato sbagliato fin dalla sua partenza: una misura del genere, spiegano, deve essere discussa durante la contrattazione collettiva, non attraverso un provvedimento legislativo.
Ora, a quanto filtra, le possibilità per tornare a discutere della presenza dei medici di famiglia nelle Case di comunità sono due. La prima, più gradita alle Regioni, prevede di procedere con una norma, da inserire in un emendamento a un provvedimento già all’esame del Parlamento. In alternativa, la soluzione preferita dai sindacati: affidare tutto all’Atto di indirizzo per il rinnovo della convenzione, il passaggio preliminare che precede l’avvio formale delle trattative per il nuovo Accordo collettivo nazionale 2025-2027. Qui potrebbe essere inserito l’obbligo per i medici di base di garantire sei ore a settimana nelle Case di comunità. Soluzione che preoccupa i territori: i tempi della contrattazione rischiano di non essere compatibili con la necessità di rendere operative al più presto le strutture previste dal Pnrr, in scadenza a fine giugno. Mentre l’altro aspetto cardine della riforma Schillaci, ovvero l’introduzione del rapporto di dipendenza per i medici di famiglia, sembra essere stato definitivamente messo da parte. Con la soddisfazione della Fimmg, secondo la quale il sistema così com’è funziona, perché basato sul rapporto di fiducia medico-paziente.
Per Schillaci, che nonostante gli inviti dell’opposizione non conta di lasciare il posto al ministero, “il lavoro sulle Case di comunità andrà avanti perché serve ai cittadini”. Ma secondo Ilenia Malavasi, capogruppo Pd in commissione Affari sociali alla Camera, lo stop al decreto è la prova della frattura interna alla maggioranza: “La riforma, presentata per mesi come centrale nel programma dell’esecutivo, si è arenata perché i partiti di centrodestra continuano a farsi la guerra tra di loro”, commenta. Anche per Mariolina Castellone, vicepresidente del Senato e capogruppo del Movimento 5 Stelle in commissione Affari sociali, lo stop alla riforma certifica il “sostanziale fallimento” del progetto di Schillaci e l’incapacità del governo di affrontare uno dei nodi più delicati della sanità italiana. La senatrice, inoltre, chiede di fare chiarezza sul ruolo di Enpam nel confronto sulla riforma: “C’è la necessità di fare piena luce sui possibili conflitti di interesse. Quando un ente previdenziale che gestisce miliardi di euro e rappresenta una categoria professionale interviene su riforme che possono incidere sui propri equilibri economici e contributivi, la trasparenza deve essere assoluta”.
La preoccupazione è che ora, senza una linea chiara da seguire nelle prossime settimane, le Regioni procedano in ordine sparso, acuendo le disuguaglianze territoriali presenti nel nostro Paese. Secondo l’ultimo rilevamento, le Case di comunità che hanno attivato tutti i servizi obbligatori sono solo il 4% del totale (66 su 1715). Le nuove strutture sanitarie pubbliche del territorio, nate per alleggerire la pressione sugli ospedali, non hanno a disposizione sufficiente personale sanitario per erogare i servizi per cui sono state previste. Giugno corre veloce verso la sua conclusione: quello che doveva essere uno degli interventi più importanti sulla sanità italiana del post-pandemia Covid rischia così di rimanere tristemente incompiuto.