La strage del Moby Prince è la più grande della storia repubblicana, con le sue centoquaranta vittime, ad oggi ancora impunita. Una commissione d’inchiesta ha riscritto larga parte del racconto di quanto accaduto e ha inviato tutti gli atti alle Procure di Livorno e Roma. Ma l’organismo del Senato ebbe modo di leggere le 55 pagine di un “fascicolo fantasma” rinvenuto a 30 anni dall’incidente del 10 aprile 1991 nell’archivio dell’associazione 140 grazie al progetto “Armadio della Memoria” della Regione Toscana. Come spesso è accaduto in questa storia gli elementi di indagine erano già negli atti delle indagini, ma sono lasciati cadere senza approfondirli.

In questo fascicolo sono inserite le trascrizioni della Procura di testimonianze ma anche nastri audio, il cui contenuto non è mai stato approfondito. In uno di questi per esempio si dà conto di una conversazione a tre in cui si fa riferimento alla possibile presenza di esplosivi della mafia a bordo del Moby Prince (sul quale avvenne un’esplosione nel locale eliche di prua). Si trattò di un colloquio a tre al quale presero parte l’allora presente del Comitato familiari delle vittime, Franco Lazzarini, un avvocato di Viareggio e un tenente della Capitaneria di porto (questi ultimi indicati con un cognome nel documento “riemerso” in questi giorni).

In una seconda parte dello stesso nastro riporta il racconto dettagliato del tenente della Capitaneria sulla presenza di due registrazioni audio delle chiamate avvenute via radio tra la Capitaneria di Porto, istituzione preposta al soccorso in mare – mai coordinato quella notte -, e altri protagonisti della notte della strage. In queste registrazioni sarebbe stato impresso, a detta dell’allora ufficiale, anche il mayday lanciato dal Moby Prince, secondo la ricostruzione della prima inchiesta della Procura “non udito” dalla Capitaneria e quindi per questo “scagionata” dall’aver omesso il soccorso al traghetto per gli 80 minuti successivi alla collisione con la petroliera Agip Abruzzo. La registrazione sarebbe stata obbligatoria dal 1987, sulla base di una decisione del precedente comandante della Capitaneria di Porto, l’ammiraglio Giuseppe Francese, poi divenuto il comandante generale delle Capitanerie di Porto. Naturalmente nelle inchieste e nel processo non è mai entrata alcuna registrazione delle comunicazioni radio della Capitaneria. Quelle arrivate ai giorni nostri sono rimaste per caso perché quella notte Livorno Radio, la stazione costiera, decise di registrare il Canale 16, quello delle comunicazioni d’emergenza.

Ma un qualsiasi accertamento sull’esistenza della registrazione delle comunicazioni della sala operativa della Capitaneria è assente negli atti di tutte le inchieste e di tutti i processi sul Moby Prince e di conseguenza anche da ciò che fu acquisito dalla commissione d’inchiesta. La Procura di Livorno non ha mai indagato su questa rivelazione del tenente della Capitaneria, che non è mai stato interrogato. Né i pm hanno acquisito mai questo presunto nastro che – stando sempre a ciò che diceva il tenente – la guardia costiera doveva conservare proprio in caso di necessità di indagini.

Ma non solo. Lo stesso ufficiale della Capitaneria aggiunge in quella conversazione che esiste anche una seconda registrazione effettuata dall’Avvisatore Marittimo (una sorta di “torre di controllo” del porto) e utilizzata, a suo dire, dall’addetto di turno la sera dell’incidente per ricattare del personale della Capitaneria. Nel racconto trascritto dal perito del magistrato e trasmesso dal pm Luigi De Franco all’allora gip Roberto Urgese tale ricatto sarebbe riuscito con la distruzione di questa registrazione. Ma la Procura non ha mai fatto indagini per verificare questo racconto né il giudice ha chiesto un supplemento d’inchiesta.

A conclusione del suo racconto il tenente della Capitaneria descrive un quadro di connivenze nel porto di Livorno tra controllori e controllati che chiama in causa anche la compagnia armatoriale di bettoline – e poi, dal 1992, di petroliere – D’Alesio Group. Nello D’Alesio e il figlio Francesco furono gli autori del video amatoriale registrato la notte dell’incidente a ridosso della collisione, pervenuto alla magistratura 20 mesi dopo i fatti e soprattutto la messa in onda da parte del Tg1 del 12 aprile 1991. L’unico altro video amatoriale realizzato a poche decine di secondi dalla collisione tra Moby Prince e Agip Abruzzo arriverà alla Procura di Livorno molto tempo dopo: anche in quel caso rimase nell’archivio della tv locale Granducato per 28 anni.

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