Dopo la due giorni stremante tra Camera e Senato in cui ci è toccato sentire di tutto e prendere atto ancora una volta, e non senza tristezza, del livello complessivo del dibattito parlamentare, Giuseppe Conte ha convocato un vertice con le forze di maggioranza prima dell’appuntamento con Mattarella per riferire sull’andamento della crisi, anche se naturalmente si tratta di un passaggio non necessario perché è stata confermata la fiducia in entrambe le camere.

Non necessario ma opportuno, dato che i 156 Sì del Senato contro i 140 dell’opposizione non costituiscono la maggioranza assoluta e vanno considerati alla luce dell’astensione di Italia Viva in bilico e divisa fino all’ultimo, ma schierata dal “patriota” di Rignano sull’astensione per evitare di spaccare a metà la sua creatura.

La buona notizia del day after è dunque che ufficialmente dal perimetro della maggioranza è uscito Matteo Renzi, come ha riconosciuto lui stesso in Senato, senza però aggiungere, come sarebbe stato logico, lineare e conseguente, che passa all’opposizione. Per il “patriota”, è noto, mai nessuna porta deve essere chiusa definitivamente e qualsiasi opzione è sempre sul tavolo, fino all’ultimo secondo, come ha confermato la plateale incongruenza dell’intervento suo e della devota Bellanova entrambi infarciti di bugie e infamità contro un Conte incapace, mentitore, tessitore di oscure trame, despota implacabile su cui però ci si astiene, dato che non è possibile affossarlo e la prudenza insegna “mai dire mai”.

E l’uscita di Renzi dalla maggioranza, è bene ricordarlo, si è concretizzata ed è stata esplicitata con il tardivo assenso condiviso ufficialmente da tutto il Pd solo grazie alle parole definitive pronunciate dal presidente del Consiglio nella sua replica in Senato a proposito del “venir meno delle ragioni di stare insieme” quando ha puntualmente ricapitolato come il Recovery plan sia stato prima elaborato in incontri bilaterali, quindi come la bozza sia stata confrontata con tutti e poi bloccata per 40 giorni da Iv. Analogamente ha ricordato che la “cabina di regia” di cui l’Europa per prima sollecita l’urgenza sia stata bollata da Renzi come “proposta indecente”.

Ma soprattutto ha messo la parola fine ad un logoramento e ad uno stillicidio che durava da troppo tempo quando, rivolgendosi direttamente ad un partner inaffidabile e distruttivo, ha risposto in modo diretto ed inequivocabile: “Ho spesso difeso le vostre istanze anche in dissenso ad altre forze di governo, ma ad un certo punto avete preso un’altra strada che non è quella della leale collaborazione. Diciamolo di fronte a tutti. Avete iniziato a parlare fuori e non più dentro. Avete scelto la strada dell’aggressione e degli attacchi mediatici, scelta che rispettiamo ma forse non la migliore per il paese”.

Con “quel diciamolo di fronte a tutti” probabilmente Conte ha voluto rivolgersi anche ai suoi sedicenti e numerosi “sostenitori” nel Pd che, probabilmente preoccupati per il dato della sua popolarità e vieppiù allarmati dall’attrazione che il suo fin troppo evocato eventuale partito potrebbe esercitare a casa loro, si sono prodigati più ad indebolirlo che a rafforzarlo e hanno mantenuto, nella migliore ipotesi, un’ipocrita equidistanza tra lui e il demolitore, che peraltro continua ad essere coccolato e blandito dall’establishment al gran completo.

Infatti la crisi meno comprensibile agli occhi dei cittadini-elettori, che la stanno subendo in condizioni particolarmente ardue, ha anche la singolare peculiarità di essere raccontata quasi unilateralmente dal suo generatore, che moltiplicandosi in sosia o gemelli in qualsiasi ribalta televisiva o dalle prime pagine dei giornali nazionali continua ad essere protagonista mediatico assoluto. E sotto questo profilo l’agognata centralità l’ha indubitabilmente ritrovata, anche se sembra inversamente proporzionale alle percentuali di Iv, che negli ultimi sondaggi è ulteriormente scesa al 2,4% con una perdita dello 0,6%.

Solo qualche giorno fa nel faccia a faccia con Lucia Annunziata e Paolo Mieli a Mezz’ora in più su Rai 3 respingeva sdegnato “il tentativo” definito “imbarazzante”, di buttare la crisi su di lui, negava di “aver mai espresso un veto su Conte” o di aver mai ingaggiato battaglie con il M5S o con il Pd e si autoproclamava “un patriota” in quanto Italia Viva non voterà le pregiudiziali di costituzionalità al decreto Covid.

Il giorno dopo “la rottura responsabile”, secondo la definizione dell’ineffabile Ettore Rosato che non ha perso occasione di offendere i 5S durante la sua dichiarazione di voto, ecco che la patriottica Iv: in un primo momento sembrava che Iv si sarebbe astenuta sull’intero pacchetto, ma ora viene chiarito che il non-voto riguarda solo il provvedimento che fa da cornice al dpcm.

Un piccolo ulteriore promemoria per i tanti nostalgici “renziani dentro” rimasti nel Pd, affinché si rendano conto che la rottura è ormai insanabile – come ha riconosciuto pure Goffredo Bettini – e che a questo punto anche una maggioranza raccogliticcia di responsabili o cani sciolti di varia provenienza è preferibile a rimanere eternamente in ostaggio di Renzi.

Se il Pd, dopo tutto questo e a trovarsi ad un passo dal “salto nel buio” – per dirla con Zingaretti – dovesse continuare a corrergli dietro invece che tentare in modo trasparente di riportare a casa qualcuno dei parlamentari che il patriota gli ha sfilato, penso che Conte e il M5S abbiano il diritto e il dovere, davanti al paese e agli elettori, di staccare la spina (finalmente) e di predisporsi al meglio per il voto.

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