Le nuove elezioni nei Territori occupati annunciate da Abu Mazen servono a dare alle istituzioni palestinesi una nuova legittimazione internazionale nell’era Biden, dopo le travolgenti novità (tutte favorevoli a Israele) introdotte da Trump in questi anni. Il riavvicinamento tra Qatar e Arabia Saudita dopo il riconoscimento dello stato ebraico di Emirati, Bahrein, Sudan e Marocco (i cosiddetti “Accordi di Abramo”) strangola la diplomazia palestinese ed è anche in questo quadro che dobbiamo guardare alle evoluzioni nel mondo musulmano.

Le mosse diplomatiche delle petrolmonarchie obbediscono al braccio del principe ereditario saudita Bin Salman, ma il cervello è il leader emiratino Bin Zayed. Insieme hanno mostrato di avere tutte le risorse per imporre a un mondo multipolare dati di fatto. Vale anche per il fronte loro contrapposto nel mondo islamico (sunnita): il “braccio” turco Erdogan e il “cervello” qatariota Al-Tami.

Arabia ed Emirati sono stati islamici a tutti gli effetti. Lo stesso vale per il Qatar; il regime turco, sebbene erediti un impianto normativo totalmente diverso, si sta muovendo in una direzione fortemente confessionale. Mentre le petrolmonarchie puntano alla sostanziale conservazione dello status quo nel mondo sunnita, tuttavia, i Fratelli musulmani al potere in Qatar e Turchia sostengono un progetto di cambiamento aggressivo e globale. Sauditi ed emiratini temono l’azione della Fratellanza poiché potrebbero restarne vittime. Nonostante differenze ideologiche di dettaglio, che non smentiscono una prospettiva comune nel modo di guardare alla società, Qatar e Turchia sobillano una sedizione politica diffusa che potrebbe esser fatale a Abu Dhabi e Riad, tanto più dopo la sapiente infiltrazione della Fratellanza – i cui effetti si vedono ancora oggi – nelle primavere di dieci anni fa.

I palestinesi si muovono per questo in un mondo musulmano le cui forze di caratura internazionale sono una destra confessionale che fa leva sul malcontento in funzione di dominio e un’altra destra, altrettanto confessionale, che quel malcontento teme in nome di un altro, pressoché identico, dominio. L’Egitto si è accodato alla fazione saudita perché minacciato dai Fratelli musulmani al suo interno e in Libia i due fronti si contrappongono con Turchia e Qatar (e Ue) che sostengono Al-Sarraj (avatar della Fratellanza) ed Egitto e sauditi (e la Russia) dalla parte del generale Haftar.

Tra i palestinesi questi stati attuano da sempre una sorta di concorrenza. Hamas, la destra islamista palestinese, appartiene alla Fratellanza musulmana; Al-Fatah, partito nazionalista secolare che le si contrappone, ha relazioni diversificate con entrambi i fronti. I palestinesi dei Territori e dei campi profughi da tempo esprimono scetticismo verso entrambi i partiti.

Emiratini e sauditi collaborano però, in barba a principi asseriti e sbandierate ideologie, con quella grande riserva di intelligence, tecnologia e arte del dominio sociale per l’intera regione che è Israele: sorprendente alleanza tra il fondamentalismo islamico più estremo e una democrazia liberale il cui colonialismo d’insediamento è sempre in atto. Turchia e Qatar fanno a loro volta, da decenni, affari d’oro con Israele, ma dovendosi presentare come forze di sostegno alla “rivoluzione islamica” hanno accentuato recentemente ipocrite retoriche anti-israeliane.

Gli accordi di Abramo hanno ricordato ai palestinesi che la solidarietà che riceveranno non potrà essere animata da una fratellanza araba in senso identitario; e il riavvicinamento del Qatar all’Arabia Saudita dà loro conferma che anche quella fondata sulla religione – la versione islamista di un non meglio precisato “cambiamento” – è sempre stata una presa in giro.

Il mondo intero sembra felicitarsi per i successi diplomatici di Israele grazie all’estrema destra statunitense, immemore di otto milioni di persone tra Territori occupati e diaspora, che sembrano ora poter scegliere soltanto tra due opzioni: la destra islamista ancora più estrema (forze come l’Isis o Al-Qaeda, fonti di sicure sventure per loro e per noi) o una prospettiva nuova e da costruire da zero, che i giovani palestinesi dovrebbero però inventarsi in totale solitudine.

Se li lasciamo soli, abbagliati dalle solite, stantie retoriche filo-israeliane, sarà per loro molto più difficile. Ance in questo caso non giova identificarsi con le politiche estere del proprio stato, perché il prezzo del disprezzo mostrato per i palestinesi potrebbe essere più alto di quanto il mondo non creda.

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