Negli ultimi giorni molti hanno criticato l’alleanza italiana con la Turchia, dal 2002 in preda a rivolgimenti islamisti e, dal 2016, para-totalitari; un’alleanza che non nasce adesso, ma viene da lontano. Nel 2012 il governo Monti riconobbe la Coalizione nazionale siriana, espressione dei Fratelli musulmani supportati da Turchia e Qatar, quale “rappresentante delle legittime aspirazioni del popolo siriano”. Nessuno dei successivi governi, fino all’odierno, ha cambiato questa posizione, che legittima in Siria jihadisti e criminali di guerra.

Dal 2015 l’Italia ha scelto di limitare la partecipazione alla missione internazionale contro l’Isis al teatro iracheno, astenendosi dal coadiuvare l’azione di Stati Uniti, Regno Unito e Francia in Siria, al fianco delle Forze siriane democratiche capeggiate dalle Unità di protezione delle donne curde (Ypj), giustificando tale scelta con il mancato riconoscimento internazionale delle istituzioni che le Ypj hanno creato in Rojava. Una politica originale persino nell’ambito della Nato, e a dir poco supina ai veti opposti, in questo senso, proprio dalla Turchia.

I rapporti economici tra Italia e Turchia sono rilevanti. Si concentrano attorno a infrastrutture, finanza e armi. Addirittura la promessa di Di Maio di sospendere i futuri contratti sugli armamenti, fatta durante l’attacco turco alle Ypj dell’ottobre 2019, potrebbe essere un bluff: il decreto è classificato e nessuno ne può verificare il contenuto.

Le indecisioni italiane sulle manovre estrattive della Turchia a Cipro irritano paesi Ue come Francia e Grecia, non meno delle ambiguità manifestate da Di Maio sui nuovi oleodotti nel Mediterraneo, che per alcuni rappresentano incomprensibili oscillazioni filo-turche sfavorevoli alla Grecia. Le virate di Conte sullo scenario libico, che lo avevano portato a dichiarare equidistanza tra le parti in conflitto quando l’alleato Al-Sarraj era in difficoltà militare, sembrano essersi interrotte da quando i Fratelli musulmani che lo sostengono si sono rafforzati grazie ai droni forniti da Erdogan.

Con qualche complicazione: l’intervento turco comprende l’invio a Tripoli di bande jihadiste provenienti dalla Siria: alcuni di questi miliziani, deposte le armi, sembrano essersi già “rifugiati” in Italia, alla faccia delle politiche “di sicurezza” in nome delle quali si lasciano affogare migliaia di innocenti.

Di fronte a tali pregressi, e tanto radicati interessi e legami, l’idea che l’Italia si sia “consegnata” alla Turchia per la liberazione di Silvia Romano è piuttosto ingenua, sebbene a divulgarla siano anche analisti che amano ammantarsi di contrite predisposizioni a un dubbio “realismo”.

Le critiche lette in questi giorni poggiano inoltre, invariabilmente, sull’assunto che tali politiche ci facciano “perdere posizioni” in Africa. Curiosa espressione: che cosa dovremmo rivendicare? Di riprenderci ciò che “ci spetta” a seguito di poco onorevoli imprese di giolittiana, se non mussoliniana memoria?

Si parla, con pudica prosaicità, di “influenze” e “interessi”, del loro carattere “storico” e “legittimo”. Io sono italiano e mi vergogno del colonialismo italiano in Africa. Non voglio un singolo vantaggio che, oggi, non sia ottenuto con scambi alla pari con i popoli africani. Possono essere le vergogne passate dell’Italia fonte retroattiva di legittimazione? O quest’idea di legittimità è fondata sul fatto che l’Italia non ha elaborato i crimini africani del suo passato?

Ma soprattutto: i “nostri” interessi in Somalia o in Libia… “Nostri” di chi? Non mi risulta che la nostra nazione sia portatrice di interessi indifferenziati e organici. Non soltanto quest’idea delle relazioni tra i continenti è al limite dell’ottocentesco, ma dunque anche l’attuale considerazione dell’economia e del contesto sociale?

La distribuzione del ricavato delle pressioni italiane all’estero impallidisce di fronte alla privatizzazione dei profitti che ne derivano, come ai costi militari (e in prestazioni di vassallaggio: vedi gli F-35), che sono invece del tutto socializzati, per non parlare delle ricadute in termini di “insicurezza”, talmente socializzate da farci andare di mezzo sempre la povera gente, in Europa e altrove.

L’interruzione dei rapporti con Erdogan è un dovere nei confronti dell’opposizione turca e delle popolazioni oppresse dalla Turchia, come delle vittime italiane ed europee del fondamentalismo islamico; ma a una concezione antidiluviana del mondo deve sostituirsene una moderna, universalmente anti-coloniale e in linea con le richieste di una nuova mentalità globale che si levano da ogni parte del mondo.

Più che un riaggiustamento della politica estera italiana, si tratterebbe dell’immensa novità di concedere al nostro popolo di averne una degna di questo nome.

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