Il vertice del Golfo in Arabia Saudita il 5 gennaio è stato sicuramente testimone di un importante evento di riconciliazione che ha rotto l’embargo politico e geografico sul Qatar. Anche se la situazione sembra volgere al meglio, questa fase può ancora essere vista come di costruzione della fiducia, in cui i paesi del Golfo dovrebbero risolvere la maggior parte delle problematiche che hanno spinto i quattro paesi arabi (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto) a boicottare il Qatar.

La tempistica dell’avvenimento è importante, poiché arriva giorni prima dell’avvicendamento alla Casa Bianca, con Trump che aggiungerebbe il vertice al suo portafoglio mediorientale: la mediazione americana e la forza simbolica della presenza di Kushner al vertice lo dimostrano chiaramente.

Molti potrebbero chiedersi perché ciò sia appena accaduto e se sia collegato a eventuali imminenti sviluppi regionali analizzando il discorso di apertura del principe ereditario saudita, in cui ha sottolineato le accuse all’Iran non solo relativamente alle attività nucleari ma anche sul suo programma balistico. Quindi la questione non si limita più all’accordo nucleare, ma all’intero arsenale iraniano e alle politiche aggressive nella regione. Ciò significa che il successo di porre fine al conflitto farebbe apparire il Gcc (consiglio di cooperazione dl Golfo) come un insieme unito di fronte alla comunità internazionale e soprattutto agli Stati Uniti, nel caso in cui l’amministrazione di Biden pensasse di tornare sull’accordo sul nucleare.

Dal punto di vista del Qatar, con la soverchiante pressione americana, sarebbe impossibile per il Qatar mantenere in vita le alleanze con Iran e Turchia. Da un punto di vista pragmatico, il Qatar ha bisogno di riaprire i suoi confini e lo spazio aereo, anche in vista di un evento sportivo molto importante: la Coppa del Mondo 2022. I vantaggi che Doha ha ottenuto dal suo ruolo di mediazione tra Stati Uniti e talebani hanno ovviamente giocato a suo favore quando si è trattato di raggiungere l’obiettivo di riaprire i confini. Tuttavia, è ancora presto per vedere come il Qatar affronterà le questioni relative alla base militare turca o anche alla sua alleanza politica con la Turchia e i gruppi islamisti.

Invece per quanto riguarda l’Arabia Saudita è importante porre fine al conflitto all’interno del Gcc in un momento in cui molti paesi arabi hanno firmato trattati di pace con Israele e prima del cambio di amministrazione a Washington. In questo modo, i sauditi potranno rappresentare ancora una volta la posizione araba e riportare la cosiddetta “iniziativa di pace araba” anche se in versione modificata: ciò potrebbe dare ai sauditi la possibilità di svolgere un ruolo regionale di rilievo. Soprattutto se questa riconciliazione all’interno del Gcc sollecitasse l’Arabia Saudita a svolgere un ruolo più ampio di riconciliazione in Siria riportandola dentro la Lega araba, o persino migliorare i rapporti con l’Iraq.

I tempi in cui questa riconciliazione è avvenuta, grazie ad una mediazione americana molto forte, dimostra che questo è stato un passo fortemente voluto dall’amministrazione Trump che ha lavorato per portarlo a termine prima della fine del suo mandato. E allo stesso tempo mostra che sia i paesi del Golfo che gli Stati Uniti vogliono dare all’Iran la priorità nel prossimo futuro indipendentemente dal cambiamento nella stessa amministrazione americana.

Anche se Trump vorrebbe lasciare un’eredità molto complicata a Biden quando si tratta di Iran, gli iraniani oggi non sembrano voler venire incontro alla futura amministrazione. La loro decisione di aumentare l’arricchimento dell’uranio del 20% e i messaggi aggressivi di manifestazioni militari o attacchi contro obiettivi americani in Iraq renderanno difficile per l’amministrazione Biden trattare con l’Iran secondo la vecchia strategia dell’accordo nucleare.

In realtà, Teheran dovrebbe ricordare che attaccare un obiettivo americano non può essere visto come un attacco contro Trump ma contro gli Stati Uniti. Tuttavia, dal punto di vista della sicurezza nazionale, è difficile per qualsiasi amministrazione trattare con l’Iran secondo le fondamenta dell’accordo nucleare. Soprattutto in assenza di una controparte moderata.

La strategia americana contro l’Iran, a partire dall’isolamento diplomatico fino alle sanzioni economiche e finanziarie per contenere il suo potere in Libano, Siria e Iraq, ha già creato una situazione molto difficile, quindi sarebbe realistico per qualsiasi futura strategia americana cogliere l’attuale situazione e trarne profitti, il che significa che tornare all’accordo nucleare sarebbe molto difficile. Si potrebbe però lavorare e propendere per un’intesa più completa che include tutte le capacità e le politiche militari nella regione.

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