di Luigi Manfra*

Il Nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo, elaborato dalla Commissione Europea, che dovrà essere discusso e approvato dai Governi dei 27 Paesi membri in sede di Consiglio, su aspetti cruciali non migliora la situazione attuale e per altri, addirittura, la peggiora.

Il Patto prevede controlli più severi alle frontiere, nuovi programmi di rimpatrio, attraverso accordi sia con i paesi di partenza sia con quelli di transito. L’esclusione dal diritto di asilo dei cittadini stranieri che rimangono bloccati in questi ultimi paesi favorisce il rafforzamento di regimi detentivi della migrazione irregolare.

Per raggiungere il massimo dei consensi, la Commissione ha ceduto alle pressioni dei governi del nord e dell’est europeo il cui obiettivo è contenere il numero dei migranti nel continente e, infatti, è assente qualunque accenno alla ripartizione obbligatoria dei richiedenti asilo in arrivo nei paesi europei rivieraschi. Ancora una volta la solidarietà tra Stati europei sul tema dell’immigrazione resta una chimera.

Le norme vigenti relative alla convenzione di Dublino prevedono che le richieste di asilo dei migranti debbano essere prese in carico dal paese d’ingresso in Europa, quindi nella maggior parte dei casi dai paesi di frontiera del Mediterraneo, come l’Italia. Questa convenzione è ritenuta inefficace, oltre che ingiusta verso i paesi di primo approdo. Questi ultimi sono gravati di una serie di obblighi relativi alla gestione dell’accoglienza che vanno dagli oneri economici per il mantenimento alle pratiche legali ad altri costi connessi. Nel corso degli anni, la Commissione europea ha provato più volte ad avviare un’equa ripartizione dei richiedenti asilo fra i 27 stati dell’Unione trovando un’opposizione dal fronte dei paesi contrari, guidato da Austria, Polonia e Ungheria.

Su questo tema il Patto proposto dalla Commissione prevede che i paesi europei potranno scegliere tra due opzioni: accogliere un certo numero di richiedenti asilo arrivati nel Paese di frontiera, oppure, in alternativa, finanziare i rimpatri che saranno fatti dallo stesso paese. Ma entrambe le opzioni risultano puramente verbali, perché in caso di inadempienza non sono previste sanzioni.

Da un punto di vista più generale, il Patto prevede norme e strumenti che riducono ulteriormente i diritti degli stranieri, come nuovi centri di detenzione alla frontiera, e nuovi accordi di cooperazione e rimpatrio anche con paesi che non garantiscono i diritti umani.

Il Patto, in definitiva, vede l’opposizione sia dei paesi europei affacciati sul Mediterraneo sia dei paesi di Visegrad che, per motivi opposti, rifiutano alcuni punti contenuti nel testo. L’Europa, per risolvere alla radice il problema della migrazione irregolare che obbliga il migrante a sceglierla come unica opportunità, dovrebbe attivare canali di immigrazione legali, in accordo con i paesi di provenienza, per evitare la morte di migliaia di persone e porre fine allo scandaloso commercio di esseri umani che arricchisce i trafficanti. Attivare questi canali è la soluzione che permetterebbe la fine delle stragi e l’attivazione di un flusso migratorio regolare e controllato.

Il Governo italiano ha ripetutamente criticato alcuni aspetti del nuovo Piano europeo, soprattutto sui temi dell’accoglienza e della ripartizione degli immigrati tra i paesi europei, ma è sostanzialmente consenziente sulle restrizioni relative alla gestione delle frontiere. Infatti la nuova legge sull’immigrazione approvata dal parlamento italiano rafforza la chiusura del paese, anche se la capacità di accoglienza degli hotspot e dei Centri di Permanenza, dove dovrebbero essere tenuti gli immigrati in attesa del rimpatrio, è largamente insufficiente. In continuità con il decreto Salvini, restano in vigore procedure accelerate per impedire l’ingresso nel paese e restringere i criteri di accoglienza per le domande d’asilo.

Diverso è il giudizio sulla nuova normativa italiana del sistema di accoglienza, dove vanno sottolineati diversi miglioramenti nei criteri che regolano il soggiorno per motivi umanitari, nella concessione dei permessi di lavoro, nella restrizione dei criteri che consentono l’espulsione. Inoltre la legge prevede un rischio di violazione della vita privata e familiare, nel caso in cui arrivi un provvedimento di espulsione da un luogo in cui un richiedente asilo si è già radicato.

In definitiva mentre tutti i paesi europei sono d’accordo nel trasformare i confini in barriere irte di ostacoli, dove si decide il destino di chi cerca una vita migliore, la normativa prevista dall’accordo di Dublino, pur modificata, trova, sebbene per motivi opposti, una vasta area di dissenso che renderà arduo trovare un accordo unanime.

* Responsabile progetti economici-ambientali UNIMED, già docente di politica economica presso l’Università la Sapienza di Roma

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