“Una gigantesca leva di opportunità”, uno strumento che “produca un incremento della produttività complessiva del sistema” e che sia “in grado di sviluppare ulteriormente una regione bellissima e offrire nuove opportunità di lavoro”. Per il governatore della Liguria, Giovanni Toti, il Next Generation Eu dovrà essere soprattutto questo. Ma per dare consistenza alle sue belle e condivisibili parole bisogna leggere l’elenco di progetti candidati dalla sua giunta a ricevere i fondi in arrivo dall’Europa per affrontare le conseguenze del Covid. Ed è qui che il Recovery Fund in salsa ligure si trasforma nel pretesto per ricoprire la regione di nuovo asfalto e cemento. A farla da padrona sono infatti le infrastrutture stradali e i progetti edilizi, con un totale ribaltamento delle priorità stabilite dalla Commissione europea e tradotte dal governo italiano nelle linee guida delle prime bozze del “Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)”.

Altro che transizione green, cui il nostro esecutivo vorrebbe destinare il 40,8% dei 196 miliardi spettanti all’Italia (a fronte di un 37% minimo richiesto dall’Europa). Nella lista della spesa di Toti, il “green” quasi scompare: nel capitolo “rivoluzione verde e transizione ecologica” ci sono progetti per appena 1,3 miliardi, pari a poco più di un misero 5% dei 25,2 miliardi che la Liguria mette sul tavolo, surclassando i 12 e 13 miliardi chiesti dalle ben più popolose Toscana e Piemonte. Sempre in questo capitolo troviamo 80 milioni di euro per la “produzione di idrogeno da gassificazione dei rifiuti”, cioè per costruire uno o più gassificatori, e 103 milioni per un “impianto per utilizzo frazione ad alto potere calorifico da trattamento di rifiuti urbani, con generazione di energia termica ed elettrica”: in parole povere, un inceneritore. Al momento, la Liguria è una delle poche regioni italiane a non ospitare impianti di questo tipo, spesso criticati dagli ambientalisti.

A stravincere sui progetti liguri sono i 19,6 miliardi, pari al 77,7% del totale, che Toti vorrebbe destinare al capitolo “infrastrutture per la mobilità”, che – rispetto alle tabelle del governo – ha perso nel titolo la qualificazione di “sostenibile”. E dall’elenco si capisce perché, visto che le infrastrutture ferroviarie, con il raddoppio della Andora-Finale Ligure e il completamento della linea pontremolese vicino a La Spezia, pesano per soli 3,8 miliardi, mentre le nuove ciclovie hanno a disposizione appena 208 milioni. Briciole in confronto ai 9,1 miliardi che il governatore vorrebbe destinare a nuovi svincoli e bretelle autostradali, cui si aggiungono i 2,1 miliardi di interventi sulla rete stradale, come la realizzazione di vari tratti dell’Aurelia bis. In gran parte opere che Legambiente ha definito “invasive e potenzialmente dannose e impattanti per il dissesto idrogeologico ed il consumo di suolo e sottosuolo”.

Alla missione “Salute” la giunta ligure vorrebbe invece destinare 1,6 miliardi, pari al 6,3% del totale. E qui Toti sembrerebbe far meglio del governo, che nelle prime bozze ha messo in questo capitolo il 4% delle risorse. Ma se si vanno a spulciare i singoli progetti, si scopre che quelli liguri sono soprattutto interventi di costruzione di nuove strutture ospedaliere o di ristrutturazione di quelle esistenti, come nel caso di alcuni padiglioni dell’ospedale Galliera di Genova. Edilizia sanitaria, insomma. Che però secondo le linee guida del governo, che seguono quelle europee, dovrebbe essere compresa in un piano di efficientamento degli immobili pubblici da mettere in un altro capitolo, quello della “rivoluzione verde e transizione ecologica” snobbato da Toti. Il capitolo “Salute” dovrebbe invece essere basato soprattutto su due linee di intervento: “assistenza di prossimità e telemedicina” e “innovazione, ricerca e digitalizzazione dell’assistenza sanitaria”, settori su cui il Paese ha mostrato le proprie carenze nell’emergenza Covid. Ma nella lista ligure, dopo gli interventi di edilizia sanitaria che si pigliano quasi tutte le risorse, fanno a mala pena capolino, per una richiesta di soli 228 milioni in tutto, una manciata di progetti inerenti sanità di prossimità e piattaforme informatiche applicate alle cure.

La musica non cambia per il capitolo “istruzione e ricerca”, nel quale dovrebbero per esempio finire progetti per contrastare i divari territoriali nell’accesso all’istruzione e per potenziare la didattica. Nei desiderata di Toti ci sono 571 milioni, di cui 278 per progetti di edilizia scolastica e 144 per la costruzione della “nuova scuola politecnica nel polo tecnologico degli Erzelli”. Ancora edilizia, dunque. E lo stesso succede al capitolo “equità sociale, di genere e territoriale”, cui la Liguria vorrebbe destinare 389 milioni. Per fare cosa? Edilizia: per esempio la rigenerazione di centri storici per 60 milioni e alcune rigenerazioni urbane, come quella del complesso immobiliare di Quarto dei Mille per 100 milioni. Ma non è finita qui: tra i progetti c’è la “realizzazione della nuova sede della città metropolitana di Genova”, travestita da “riqualificazione dell’ex complesso universitario di via Bertani” che fino al 2014 era la sede di uno storico centro sociale genovese, il Buridda, poi sgomberato. Così per il capitolo “digitalizzazione, innovazione e competitività” restano solo 1,7 miliardi, il 6,7% del totale. Male, perché secondo l’Europa dovrebbe pesare per ben il 23%. E nell’elenco ligure spunta pure un sospetto, quantomeno nel titolo, “riutilizzo delle aree costiere non più strategiche per la difesa”, progetto da 10 milioni di euro.

Le critiche dell’opposizione – Difficile che tutti questi progetti vengano davvero finanziati col Recovery Fund, una volta che sarà ultimata l’interlocuzione tra governo, Parlamento e regioni e verranno scelti i progetti da finanziare coi fondi europei. Ma la lista della Liguria è rappresentativa della linea politica di chi la governa. Una linea bocciata dall’opposizione in consiglio. “La Regione ha chiesto alle generazioni future cosa vogliono, visto che le stiamo per indebitare? No, e non ha nemmeno capito a cosa servono questi soldi”, denuncia la consigliera regionale della lista Sansa, Selena Candia. “La Liguria ha creato un piano da oltre 25 miliardi, più del costo di Ponte sullo Stretto, Mose e Tunnel del Brennero messi insieme, che prevede opere ferme da anni. Non c’entra nulla col Next Generation Eu, che punta a trasformare il nostro sistema socioeconomico. Significa ridurre la produzione di rifiuti, non creare nuovi inceneritori, incentivare l’uso della mobilità sostenibile, non costruire nuove strade. I giovani non hanno bisogno di una nuova colata di asfalto e cemento, ma di tutela del territorio, garanzie di poter studiare, di avere un lavoro sicuro e sano, di vivere in case a prezzi decenti in zone non inquinate”.

Per il capogruppo del Pd, Luca Garibaldi, “non c’è alcuna visione strategica o d’insieme su come investire le risorse. In quell’elenco ci sono opere edilizie che richiederebbero un decennio per vedere la luce, quando il limite imposto dall’Europa è il 2026. E poi una serie di interventi sulla rete autostradale che non spetterebbero alla Regione, ma al concessionario. Molti sono vecchi progetti ripresi dai cassetti e trasferiti in blocco nel piano di utilizzo dei fondi”.

Dall’inizio le opposizioni hanno chiesto di avere voce in capitolo sulla definizione dei progetti, attraverso un dibattito in assemblea regionale. Fino ad ora, però, il confronto non c’è stato. Anzi, durante la discussione sul bilancio la maggioranza ha respinto un ordine del giorno a prima firma Fabio Tosi (M5S) che impegnava la giunta a discutere e deliberare le priorità da inserire nel Piano nazionale di ripresa e resilienza con una risoluzione del Consiglio. “Si è persa l’ennesima occasione di confronto e di condivisione – commenta Tosi – mentre si è confermata l’assoluta inadempienza della giunta rispetto alle missioni e ai criteri descritti nelle linee guida”.

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