di Luigi De Gregorio

Task force sì o no? La domanda ha una facile risposta affermativa. In riferimento al Recovery Fund l’obiettivo di gestire bene una grande somma di danaro e la necessità di uno sforzo adeguato per raggiungerlo sono in piena coerenza con la sua creazione.

Inoltre, a conferma dell’essenza delle task force, ossia dell’utilizzo opportuno di forze ad hoc per un determinato compito, è sufficiente leggerne nella letteratura aziendale. E non solo. Possiamo esaminarle facendo pick up di esempi specifici: d’importanza storica, voluti da grandi politici (i Kennedy, Churchill) o da grandi militari (Napoleone), nella storia moderna o antica, in tempi di guerra o di pace; oppure, appunto, esempi meno rilevanti gestiti nella realtà corrente di aziende e non solo.

In ogni caso, quando c’è un obiettivo da raggiungere in un dato contesto ed in un dato lasso di tempo, siamo sempre di fronte alla necessità di costituire una task force, una risorsa speciale di energie umane dedicate ad un preciso scopo. Quindi concetti come normalità, routine, ruoli consolidati, competenze ordinarie, strutture organizzative rigide sono fuori del significato di task force.

Detto ciò, entriamo nel caso specifico del Recovery Fund e della Task Force del premier Conte. E domandiamoci: ci sono gli elementi per poter definire la situazione attuale come particolare e tale da giustificare la costituzione di una task force? Possiamo dire a ragion veduta “accidenti se ci sono”!

In primis c’è una pandemia. E non è una cosa da poco: non è una cosa normale, anzi è epocale. Con tutte le conseguenze pure esse epocali di salute e di economia.

Intelligentemente anche il piano di rilancio delle economie è epocale. Infatti l’Europa ha messo a disposizione dei paesi europei 750 miliardi di euro, di cui 209 per l’Italia. Ora può sembrare minimamente plausibile che una situazione, con l’opportunità di utilizzo di una cifra così consistente, possa essere gestita da normali strutture ministeriali notoriamente paludose?

Lo sappiamo tutti: abbiamo una burocrazia non buona, anzi pessima, confermata dalla forza dei numeri: ad esempio nel 2019 i fondi messi a disposizione dalla Ue per l’Italia (in particolare per occupazione ricerca e piccole imprese) erano 75 miliardi di euro. Il Belpaese ha usufruito solo di 17, lasciando come inutilizzati ben 58 miliardi, ossia oltre il 66%.

Questa incapacità nella normalità non può che incrementarsi nella eccezionalità. E quindi con strutture arrugginite, investire 209 miliardi per proiettare il Paese verso il passaggio da industriale a digitale e verde non resterebbe che una chimera.

Trecento il numero totale di partecipanti alla task force: esso potrebbe apparire elevato. Ma se si considerano i megatemi su cui si basa il rilancio del Paese e il numero dei progetti ad essi connessi (60) l’apparente numerosità di consulenti così criticata non è affatto un’esagerazione.

Infine viene contestata la struttura piramidale, al cui vertice risiederebbe il premier, alle cui dirette dipendenze ci sarebbero due ministri, che a loro volta avrebbero alle loro dipendenze sei manager. Per i quali lavorano vari gruppi ed ovviamente i tecnici. Una piramide necessaria. Ed anche piccola rispetto a certe piramidi aziendali.

Ma alcuni politici non si preoccupano di realizzare un salto di qualità e di cogliere l’opportunità del passaggio dell’Italia da paese industriale a paese digitalizzato, telematico, robotizzato ed in armonia con le politiche di rispetto della natura: bensì hanno un comportamento ‘muffito’, partorito dallo sguardo fisso (che ricorda quello di Paperon de’ Paperoni) su una montagna di soldi messi a disposizione dalla intelligente nuova vision dei mega presidenti della Ue e dal malcelato pensiero ‘piatto ricco mi ci ficco’.

E quindi, in piena malafede, sono decisi nella lotta alla task force del premier.

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