C’è un’altra indagine aperta sulla Lega. Questa volta il reato ipotizzato è la truffa ma al momento non ci sono indagati. Ad aprire l’inchiesta è stata la Procura di Milano dopo la denuncia presentata nei mesi scorsi da Matteo Brigandì, ex parlamentare della Lega, storico avvocato del partito e di Umberto Bossi. Al centro della querela l’ormai nota scrittura privata del 2014. All’epoca Bossi era stato travolto dall’inchiesta sui fondi elettorali e Matteo Salvini si era insediato da poco al vertice del Carroccio. Il partito rischiava di dover dare 6 milioni di euro a Brigandì, che rivendicava quella somma come pagamento per 13 anni di lavoro da avvocato della Lega.

Per questo motivo il 6 febbraio si sedettero attorno a un tavolo Bossi, Salvini, Brigandì e Stefano Stefani, che all’epoca era il tesoriere del Carroccio. In quattro fogli si firmava la pace tra vecchia e nuova Lega: Brigandì rinunciava a rivendicare quella parcella milionaria per aver difeso il partito dal 2000 al 2013 e in cambio l’attuale segretario assicurava a Bossi una “quota” pari al 20% delle candidature in posizione di probabile elezione, più uno stipendio da presidente di partito pari a 450mila euro l’anno come “agibilità politica. “Io rinunciavo ai 6 milioni di euro, in cambio Salvini si impegnava a una serie di azioni volte a garantire che il pensiero politico di Bossi non fosse completamente gettato alle ortiche”, è come l’avvocato riassume il senso di quel documento. Come è noto, però, l’attuale segretario della Lega ha cambiato completamente il dna del partito, trasformandolo da una forza a trazione federalista a una nazionalista e sovranista.

Al punto 8 di quel documento, poi, si legge: “La Lega si impegna ad affermare, a mera richiesta, in ogni sede la correttezza del comportamento di Brigandì dal punto di vista morale e deontologico”. Cosa che non è avvenuta visto che la Lega si è costituita parte civile nel processo a carico di Brigandì per patrocinio infedele e autoriciclaggio. In quel procedimento Brigandì è stato condannato nell’ottobre del 2019 a 2 anni e 2 mesi e a pagare un milione e 870mila euro al partito con l’accusa di aver omesso “di denunciare il proprio conflitto di interessi” in relazione ad un decreto ingiuntivo, emesso nel 2004 ed eseguito nel 2012.

Anche durante quel procedimento si è discusso ampiamente di quella scrittura privata del 2014. Che ora torna d’attualità con la denuncia di Brigandì per truffa. “Nulla di quanto stipulato è mai stato rispettato da Salvini”, scrive l’avvocato nella sua denuncia. “È evidente – aggiunge – che sin dal momento in cui la transazione è stata ideata,
redatta e sottoscritta, l’intenzione di Salvini fosse quella di non adempiere a quanto pattuito. Egli si è premurato di stipulare un accordo transattivo, che evidentemente non considerava vantaggioso, al solo fine di guadagnare tempo prezioso per poter occultare il denaro. Denaro che avrebbe, invece, dovuto darmi di lì a qualche giorno”. Il fascicolo d’indagine della procura di Milano che è al momento privo di persone indagate. L’inchiesta è stata assegnata al procuratore aggiunto Eugenio Fusco e al pm Stefano Civardi, già titolari del caso Lombardia Film Commission e su presunti fondi neri della Lega: nei mesi scorsi sono finiti agli arresti Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, i due revisori contabili per il Carroccio in Parlamento. L’avvocato Brigandì, da parte sua, intende chiedere ai pm di essere ascoltato sulla querela che lui stesso ha presentato.

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