Molti pazienti ricoverati per Covid, soprattutto quelli rimasti intubati in terapia intensiva per settimane, hanno bisogno di interventi riabilitativi per recuperare le capacità respiratorie, motorie e neurologiche compromesse durante la fase acuta della malattia. Su questo sono d’accordo tutti gli specialisti. Peccato però che in diversi ospedali pubblici italiani i reparti di riabilitazione siano stati chiusi e i servizi ambulatoriali sospesi per evitare contaminazioni. Con il risultato che i pazienti post Covid vengono dimessi a casa senza un trattamento adeguato oppure vengono trasferiti nel privato accreditato, che da sempre ha in mano la maggior parte dei posti letto dedicati alla riabilitazione: il 94,7% (13.596) di assistenza semiresidenziale e l’86,4 per cento (12.940) di assistenza residenziale, stando agli ultimi dati disponibili del ministero della Salute.

“Il timore è che anche questa volta si avvantaggino le cliniche private, convenzionate e non – denuncia Valter Santilli, ordinario di fisiatria alla Sapienza di Roma e fisiatra al Policlinico Umberto I – Il nostro reparto è rimasto aperto ma ci mancano almeno tre fisioterapisti e il logopedista, mentre il terapista occupazionale, che aiuta a recuperare l’autonomia personale tra le mura domestiche e sul posto di lavoro, è andato in pensione e non è stato sostituito. I pazienti reduci dal Covid hanno perso la massa e la forza muscolare a causa dell’allettamento prolungato, accusano stanchezza cronica e perdite di memoria e concentrazione, oltre a problemi di respirazione. Hanno quindi bisogno di interventi riabilitativi ma a noi non li mandano”. Questo succede all’Umberto I di Roma, il più grande policlinico d’Europa.

Uno studio – uscito ad agosto sull’European journal of internal medicine e condotto su 103 pazienti Covid ricoverati all’Istituto Maugeri di Veruno (Novara) – conferma il bisogno di interventi precoci di riabilitazione, prevalentemente respiratoria. “La negativizzazione del tampone è una guarigione dall’infezione ma non necessariamente corrisponde a una guarigione dalla malattia – spiega Bruno Balbi, primario di Pneumologia riabilitativa all’Ircss Maugeri di Veruno e secondo firmatario dello studio – In molti casi rimangono deficit funzioniali. C’è chi appena si muove vede calare il valore di ossigeno e va in dispnea”. Balbi è preoccupato: “Già prima del Covid la riabilitazione respiratoria era carente, perché siamo pochi, e dopo questa seconda ondata avremo un carico di lavoro ancora più grande. Purtroppo però la necessità di percorsi riabilitativi, in generale, è ancora sottovalutata dal nostro Servizio sanitario nazionale”.

“Servono più posti letto nel pubblico – sostiene Pietro Fiore, presidente della Simfer, la Società italiana di Medicina fisica e riabilitativa – La riabilitazione non è un servizio accessorio ma decisivo affinché la disabilità non diventi cronica aggravando le spese sanitarie. Una volta che i parametri vitali sono stabili il paziente può iniziare la riabilitazione ma in alcuni casi più problematici non può essere trasferito in una clinica privata accreditata, va tutelato in ospedale, dove in caso di necessità può essere visitato da qualsiasi specialista d’organo e se serve c’è la terapia intensiva o la sala chirurgica”. Un discorso che vale non solo per i malati di Covid, ma anche per chi ad esempio ha avuto un ictus, un’emorragia cerebrale, un infarto o ha subìto un intervento chirurgico. Fiore, che insegna Medicina riabilitativa all’università di Foggia, per dare un’idea spiega qual è l’offerta pubblica attualmente disponibile in Puglia: “A Bari su 16 posti letto attivati oggi ne sono disponibili 7, a Foggia sono passati a 6 dai 10 di marzo, Lecce ne conta 20 ma al momento sono inattivi per Covid. Ne restano altri 10 a Taranto ma convertiti per l’assistenza Covid. Pochissimi posti dunque rispetto ai 4 milioni di abitanti”. È chiaro allora che ad assorbire gran parte della richiesta è il privato accreditato. Ancora di più adesso visto che, come dicevamo, diversi reparti di degenza nel pubblico sono temporaneamente fuori uso causa pandemia.

L’interruzione dell’attività ambulatoriale è un’altra conseguenza della pandemia. A pagarne gli effetti sono i pazienti cronici, come quelli con Parkinson, sclerosi multipla e artrite reumatoide. “Il servizio è sospeso da marzo – informa Santilli dell’Umberto I di Roma – Erogava 11mila prestazioni l’anno, oggi funziona solo per le visite urgenti. Sa dove fanno a finire tutti questi malati? Nel privato”. Oppure, nella peggiore delle ipotesi, i pazienti senza alternative regrediscono. “Hanno perso autonomia, chi prima aveva una stampella oggi è costretto a usare il girello”, afferma Rodolfo Brianti, che dirige il reparto di Riabilitazione all’ospedale Maggiore di Parma, al momento chiuso. “L’attività ambulatoriale è stata sospesa tra marzo e aprile e oggi sta subendo un forte rallentamento – spiega Brianti – Su otto palestre ne possiamo usare solo due con un numero di pazienti inferiore per garantire il distanziamento fisico. A chi non riusciamo a vedere proponiamo un servizio di teleriabilitazione, cioè esercizi da seguire in gruppo su una piattaforma web. Facciamo il massimo, il nostro personale è impiegato nei reparti Covid, per aiutare i pazienti a deglutire, a recuperare la capacità respiratoria e motoria”.

Anche l’ambulatorio del Cardarelli di Napoli non sta funzionando. “I nostri pazienti si sono spostati nei centri privati convenzionati sul territorio”, comunica Massimo Costa, direttore del reparto di Riabilitazione. Stessa storia a Reggio Calabria. “Il cronico peggiora e non c’è niente da fare, non riusciamo più a gestirlo come prima – confida a malincuore Vincenzo Polimeni, fisiatra all’ospedale Morelli e segretario regionale della Simfer – Le attività ambulatoriali sono sospese da marzo, consigliamo gli esercizi al telefono o via mail. Seguivamo 3mila pazienti l’anno, dal bambino con la scoliosi all’adulto con sclerosi multipla, poliartrosi e osteoporosi”. Ci sono over 70 con Parkinson, aggiunge, rimasti chiusi in casa su una sedia che si sono aggravati. Le malattie croniche non trasmissibili sono definite l’epidemia del terzo millennio. “La riabilitazione”, conclude Fiore, “è uno dei pilastri della sanità, come ha sottolineato di recente anche l’Oms, e nei prossimi anni sarà ancora più decisiva per la sostenibilità economica del Servizio sanitario nazionale, considerando l’invecchiamento della popolazione e l’aumento della sopravvivenza di chi ha una o più patologie croniche, incluso il cancro”. Luigi Tesio, direttore dell’unità operativa di Riabilitazione neuromotoria all’Auxologico e ordinario di Medicina fisica e riabilitativa all’università statale di Milano, sottolinea: “È un problema culturale, si fa fatica a vedere la riabilitazione come un modello organizzativo, non basato cioè sulla malattia ma sulla disabilità conseguente. Due delibere della Regione Lombardia, del 2013 e del 2014 – conclude -, distinguono tre livelli di riabilitazione, di alta complessità, intensiva ed estensiva, ma sono rimaste inapplicate e finché il concetto è generico e poco chiaro ci sono strutture che se ne approfittano e non erogano servizi adeguati pur venendo pagate allo stesso modo di altre competenti”.

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