Breve premessa. Sono italiano e vivo in Francia da quasi vent’anni, sono cattolico praticante da quando sono nato e non ho particolari predilezioni (culinarie, turistiche o filosofiche) per altre religioni né per il Medioriente. Mi definirei un cattolico progressista mediterraneo che crede nell’Europa e nelle sue istituzioni e in maniera generale (sempre più) nelle sue politiche, con vari distinguo che ci porterebbero però a parlare di altro. Questo per mettere le mani avanti: nessuno può accusarmi di essere filo-musulmano o in qualche modo “tifoso dell’Islam”, una religione che rispetto, conosco poco e a cui sicuramente non appartengo.

Detto questo, vorrei fare coming out riguardo quel sentimento di “imbarazzo” che provo ogni volta che qui in Francia accadono attentati terroristici inerenti a Charlie Hebdo e alle famose vignette su Maometto. Immancabilmente media e social media (ovvero giornalisti e cittadini) si scatenano in difesa della laicità dello stato francese e della sua libertà di espressione e di stampa: il famoso “je suis Charlie“.

Così, incuriosito da questo imbarazzo che faticavo a spiegarmi, sono andato a documentarmi. Charlie Hebdo è una rivista di satira esistente da ben 50 anni con una tiratura di 60mila copie (Wikipedia). Prima degli attentati del 2015 nella sua redazione (12 morti) la sua tiratura era intorno alle 10mila unità. Dopo gli attentati è schizzata a 220mila abbonati per poi scendere gradualmente alla tiratura attuale. Da ricordare il numero 1178 detto “dei sopravvissuti” uscito il mercoledì seguente gli attentati, con ben 8 milioni di copie vendute.

Condivido tutte le battaglie storiche di Charlie Hebdo come la lotta alla società del consumo, l’antimilitarismo, quella contro il nucleare, quella proabortista, quella per una vera politica ecologista. Non condivido invece la sua folle difesa di tre pedofili nel lontano 1977 (numero del 27 gennaio, Affaire de Versaille) per cui la redazione è stata accusata di apologia della pedofilia. Qualcuno dirà: vabbè, erano gli anni ’70.

Altro particolare importante: Charlie Hebdo è nato dalla chiusura del suo antenato, l’Hebdo Hara-kiri, nel 1970, la cui vendita fu vietata dal Ministero degli Interni per un titolo (non per una vignetta) in apertura del numero 94, uscito sei giorni dopo la morte di Charles De Gaulle. Il titolo in prima pagina irrideva le esequie del generale (ma non era intoccabile la libertà di espressione e di stampa?)

Ma veniamo ai giorni nostri: in seguito all’incendio della redazione di CH del 2 novembre 2011, un collettivo di giornalisti, giuristi, sociologi e attivisti pubblica un appello online dal titolo Pour la défense de la liberté d’expression, contre le soutien à Charlie Hebdo. Gli autori denunciano una “strumentalizzazione buffona e interessata da parte della classe politica e dei grandi media”. Scrivono che contrariamente all’opinione maggioritaria la libertà d’espressione non sarebbe in pericolo dal momento che non esiste nessuna impossibilità di criticare l’Islam (etc…). E qui finalmente il mio imbarazzo inizia lentamente a farsi da parte.

Certo, è appurato che ad ogni attentato corrisponda un aumento esponenziale della tiratura. Come è altrettanto tristemente appurato che ad ogni vignetta (non solo pubblicata ma persino mostrata semplicemente in una classe di studenti) corrisponderebbe un attentato più o meno efferato oppure, nel migliore dei casi, proteste e indignazione del mondo musulmano sul suolo francese ed europeo. Per non pensare alle proteste oceaniche in Medioriente.

Per un musulmano la semplice raffigurazione (di qualsiasi tipo) del Profeta equivale ad un affronto capitale, un oltraggio inaccettabile. Certo, la libertà d’espressione va difesa sempre. Ma io mi chiedo che senso abbia difendere la possibilità di offendere la sensibilità di propri concittadini in nome della libertà di espressione. Una libertà senza limiti.

Per cosa? Per far sorridere 10mila-60mila lettori? Mettendo a rischio la vita di migliaia di europei? Obbligando milioni di persone a cambiare le loro abitudini, il loro stile di vita, il modo in cui si spostano per anni o per decenni? Quando ero piccolo, mi hanno insegnato che ero libero di fare ogni cosa a patto di non calpestare la libertà altrui. Oggi abbiamo proprio bisogno di un patto tra culture diverse. Facciamo come quando è morto De Gaulle? #jesuispasCharlie.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Non solo Covid, la mia raccolta di piccole notizie che in questi mesi vi siete persi

next
Articolo Successivo

Sole 24 Ore contro ingerenza della Confindustria di Bonomi: “Superati limiti della decenza”

next