“Ero emozionato, è normale quando giochi contro una delle squadre più forti del mondo, in uno stadio vuoto ma enorme. Ma per chi sceglie questo lavoro, emozioni così devono diventare la normalità: è una partita come le altre”. Si è calato nella parte mister Filippo Giovagnoli – 50 anni a dicembre, nato in Umbria e cresciuto ad Apecchio, un paesino di 2mila anime nelle Marche – per guidare il suo Dundalk FC all’Emirates contro l’Arsenal, nella seconda giornata di Europa League. “I ragazzi hanno fatto benissimo, eravamo organizzati: li andavamo a prendere alti, spesso con successo, costringendoli a calciare da fuori. L’Arsenal non ti concede più di una media di 4,5 passaggi: avevamo un blocco organizzato nel terzo medio e abbiamo concesso pochissimo”. Dimostra di aver studiato eccome l’avversario, insieme al suo fido assistente Giuseppe Rossi, conterraneo di Apecchio e unico italiano del suo staff.

Gli irlandesi non sono una matricola assoluta, vantano 23 partecipazioni alle eliminatorie delle coppe europee – culminato con uno storico ottavo nella Coppa dei Campioni ’79-’80 – e un’ultima apparizione in Europa League quattro anni fa. Il mismatch coi Gunners alla vigilia appariva incolmabile, ma il 3 a 0 finale comparso sul tabellone dell’Emirates lo ha confermato solo in apparenza. “È vero, abbiamo avuto un crollo emotivo dopo il loro vantaggio in chiusura di primo tempo, prendendo 3 gol in 7 minuti se non contiamo l’intervallo. Ma fino ad allora avevamo tenuto bene il campo, facendo anche possesso e mettendo in crisi il loro piano di gioco: al 35esimo hanno fatto scaldare Aubameyang e Lacazette, per dire”.

“Giocare in Europa da underdog è difficile e stimolante, ma noi il nostro obbiettivo stagionale l’avevamo già raggiunto”. Sì, perché quando ad agosto il suo telefono è squillato per la chiamata del Dundalk, il club navigava in acque agitate: appena uscito dai playoff Champions e lontano dal terzo posto in campionato che riammette ai preliminari europei dell’anno successivo. “Il club con me è stato chiarissimo: valgono tre milioni di euro, non possiamo lasciarceli scappare. Non me lo sono fatto ripetere”. Prendere le valigie e partire da Apecchio non è un problema per mister Giovagnoli, la sua storia lo conferma. Da giocatore ha fatto una discreta carriera tra Serie C e D, togliendosi la soddisfazione di fare coppia con il futuro campione del mondo Andrea Barzagli alla Rondinella. L’approdo in panchina è arrivato tardi: “Quando ho smesso di giocare non ci pensavo, mi sono laureato in scienze motorie perché mi vedo nell’ambito del fitness”. Così mentre si è iscritto all’università di Urbino, ha guidato formazioni di Promozione ed Eccellenza della zona, fino ad arrivare alle giovanili del Gubbio.

“Ho avuto offerte in C, ma in Italia si prende sempre l’usato sicuro, c’è questa mentalità”. Per trovare una cultura del lavoro idonea è dovuto emigrare oltreoceano. “D’estate lavoravo come direttore nei Milan camp. Gestivo il campus di New York, dove mi hanno proposto di rimanere. Inizialmente ho rifiutato per rinnovare col Gubbio, poi sono insorti problemi e ho accettato, quasi per divertimento”. Invece è stata vita reale, in un posto dove è possibile fare calcio in un certo modo. “Mi sono dovuto reinventare come direttore dell’Academy, crescendo tantissimo come professionista. È un’altra vita rispetto ai corsi Uefa nel nostro paese: qui non si curano solo gli aspetti tecnico-tattici ma anche il lato manageriale e organizzativo. Si pensa ‘outside the box'”.

Ed è proprio questo pensiero laterale che mister Giovagnoli considera il suo punto di forza. Dopo sei anni di lavoro per la Metropolitan Oval Academy di New York – “abbiamo fatto cose sublimi a livello giovanile, formando tanti professionisti a stelle e strisce, uno è appena approdato alla Roma degli americani (Giulio Misitano, un 2005)” – quest’estate aspettava il visto nella sua Apecchio, quando dagli Usa lo ha chiamato il ds Jeffrey Saunders. “Mi ha detto: ‘Riceverai una chiamata dall’Irlanda, preparati’. Con Giuseppe abbiamo studiato i filmati, per arrivare al colloquio determinati e cazzuti. Tra i vari hanno sentito anche Robbie Keane, ma cercavano una persona lontano dalle irlandesi, un manager fuori dagli schemi”.

Così il 25 agosto Filippo Giovagnoli e Giuseppe Rossi da Apecchio approdano a Dundalk, una cittadina di 35mila abitanti a metà strada tra Dublino e Belfast. “È una città che respira calcio in un paese che vive di rubgy e Gaelic football. Hanno la tifoseria più calda d’Irlanda che purtroppo non ho ancora potuto vedere in azione”. Dundalk, come il resto d’Oltremanica e d’Europa, sta sprofondando in un sempre più stringente lockdown, ma sin dall’inizio i due italiani si sono dedicati esclusivamente al lavoro. “Sono la squadra più titolata d’Irlanda e l’unica, insieme allo Shamrock Rovers, ad avere giocato una fase finale di una coppa europea: è un club abituato a vincere”.

Tre mesi fa però il tecnico marchigiano ha preso in mano una squadra in piena crisi. “C’era molto scetticismo, nell’ambiente ci si chiedeva chi fossero questi due italiani. Ci prendevano per il culo, ma noi abbiamo le spalle larghe e abbiamo parlato col duro lavoro: li abbiamo ribaltati”. I giocatori hanno assorbito le nuove metodiche e rapidamente Giovagnoli ha instaurato una cultura del lavoro differente, senza guardare all’età o al curriculum dei calciatori. I risultati lo hanno ben presto ripagato. “Abbiamo centrato la qualificazione al girone, vincendo tre partite in una cavalcata straordinaria. Contro lo Sheriff Tiraspol, un ricco club moldavo dal centro sportivo milionario e giocatori da 25mila euro al mese, abbiamo fatto ‘un Picasso’, andando a batterli ai rigori”. Domenica il Dundalk si gioca il terzo posto in campionato: “Sarebbe il coronamento per questo gruppo di ragazzi straordinari, che prendono il normal wage (il salario minimo, molto meno di un giocatore di C in Italia) ma sono stati professionisti esemplari”.

Sul lavoro e la sua programmazione ha le idee chiarie: “Ho fatto colloqui in Italia, anche se tutti mi dicono di rimanere all’estero. Io sono alla ricerca di un progetto giusto. Questa per noi era l’avventura per costruirci un futuro”. Non ha interesse a strappare un contratto di un anno, mister Giovagnoli vuole un progetto dal lungo respiro. “Voglio un club in cui instaurare una filosofia di gioco, il posto non è importante: possiamo andare dovunque nel mondo, lo abbiamo dimostrato”. Rimane un pensiero fuori dal campo: “In questo periodo di restrizioni ho fatto il giro del mondo. Ho visto New York durante la pandemia ed è stata una sofferenza. Sono tre mesi che non vedo mia moglie e mio figlio, mi mancano”. A fine campionato mister Giovagnoli tornerà nella sua Apecchio per ricaricare le batterie prima del rush finale in Europa, con una speranza: “Magari il 10 dicembre il ritorno con l’Arsenal me lo godrò di più”.

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