Erano ampiamente previste delle reazioni alle parole pronunciate dal presidente francese Emmanuel Macron in riferimento alla crisi dell’islamismo, crisi che si sta pienamente dimostrando con la recrudescenza della violenza e dell’intolleranza. Un punto che bisogna subito sottolineare è che queste tematiche hanno da sempre scatenato reazioni e dibattiti accesi.

Probabilmente la situazione che stiamo vivendo, cioè il conflitto interreligioso, oggi è viziata da un altro fattore: la manipolazione politica da parte di uno stato esterno all’Europa, nella fattispecie della Turchia. Questo paese negli ultimi mesi si è reso protagonista di diversi fatti e azioni, sia in ambito internazionale che interno. Dal punto di vista internazionale sono da rimarcare le azioni di politica estera in scenari quali Libia, Siria e più in generale Mediterraneo orientale. Dal punto di vista interno emblematica la trasformazione di Santa Sofia da museo a moschea.

Ritornando sull’argomento delle vignette satiriche, in questo caso la copertina della rivista satirica francese Charlie Hebdo esse rappresentano sempre un problema fondamentale, non tanto per i contenuti, quanto per la capacità di scatenare e acuire conflitti latenti ma sempre aperti, e creare anche gravi conseguenze.

Se proviamo ad analizzare il nodo del problema, condannando sempre e comunque la violenza, è importante cercare di trovare una soluzione condivisa e duratura al fenomeno che per ora riesce a destabilizzare società che fino ad oggi erano considerate pacifiche e con una buona capacità di accoglienza dell’altro. Paesi che non hanno mai negato la pratica e la manifestazione personale del proprio credo religioso, all’interno della cornice dello stato laico.

Dal mio punto di vista, anche grazie all’esperienza maturata in tanti anni di studio e ricerca proprio su questi temi, cioè l’interculturalità e i conflitti sociali che possono scaturire da essa, si possono individuare in questo scenario, di per sé complesso, due modelli e dinamiche di pensiero dominanti. Lo scontro tra i due modelli può determinare in alcuni frangenti il problema che stiamo affrontando oggi, di difficile gestione e soluzione.

I due modelli, che rispondono anche a precise dinamiche, sono da identificarsi in un primo rappresentato da un pensiero emancipato rispetto alle regole e tabù religiosi, che ha sviluppato il concetto di libertà e su di esso ha fondato la propria identità. Il secondo, che è molto presente all’interno di molte società anche occidentali, è incentrato sulla sacralità religiosa, che governa ogni agire, e che va al di là della pura fede e anche dei personaggi religiosi di riferimento. Il conflitto, l’attrito tra i due modelli si crea quando si cerca di imporre la sacralità al primo modello e il concetto di libertà al secondo.

Oggi come oggi, la situazione che gli europei stanno vivendo è a dir poco scioccante. Hanno il nemico in casa. Questo modello di terrorismo emergente, che colpisce in modo brutale e frequente, rappresenta un doppio fallimento: da un lato delle politiche europee dell’immigrazione e dall’altro delle politiche di integrazione.

Il terrorismo ha cambiato strategia: mentre dall’attentato alle Torri gemelle in poi l’intelligence si è concentrata sul prevenire le azioni terroristiche di gruppi altamente addestrati e con una tecnologia sofisticata, oggi questo modello di azione è obsoleto. Oggi è tutto molto più easy, veloce e imprevedibile.

L’azione in sé è nelle mani di singoli individui che operano nel proprio territorio di riferimento, con armi proprie e obiettivi che decidono in autonomia. Il terrorista non è uno straniero, ma è quello che si definisce “lupo solitario”, il terrorista è il vicino di casa. Questa è una manifestazione della strategia del terrore ideata dall’Isis, che ancora oggi miete vittime.

Questo è un momento decisivo per risolvere il problema prima che diventi insormontabile. La chiave di volta sono le politiche sulle migrazioni e l’identificazione precisa di chi siano effettivamente i rappresentanti, gli interlocutori idonei delle comunità islamiche che vivono nei paesi europei. Uno dei nodi da sciogliere è che l’Europa ha spesso confuso il tema dei diritti umani con i rischi del terrorismo. Questo perché in entrata non vengono in nessun modo selezionati gli immigrati, come invece capita in paesi quali Canada, Nuova Zelanda e Australia.

Con la politica del “dentro tutti” l’Europa si trova a ricevere i migranti meno fortunati, meno ambiti, più fragili, che in alcune occasioni poi cadono nelle trappole delle organizzazioni terroristiche. Quando un immigrato, anche di seconda generazione, non si integra, da un lato lo Stato è responsabile di ciò, ma molta responsabilità hanno anche i capi delle comunità di provenienza.

Infatti capita, purtroppo troppo spesso, che all’interno delle comunità minoritarie si creino e si vivano vie e vite parallele. Si utilizzano da un lato i vantaggi di essere presenti in un certo paese, ma non ci si integra, vivendo spesso una doppia vita. E oggi questa situazione sta peggiorando, anche a causa della crisi economica. Diventa quindi fondamentale individuare immediatamente chi sono i rappresentanti di una certa comunità e cercare il dialogo, per preservare la stabilità sociale.

Ultimamente le comunità minoritarie sono entrate in un altro “grande gioco”, quello del consenso elettorale. Volenti o nolenti sono utilizzate come pedine nel gioco politico, soprattutto in caso di elezioni. Per quanto riguarda nello specifico la Francia, oggi è il nemico numero uno di un altro paese: la Turchia. Erdogan ritiene che le comunità islamiche presenti in territorio francese possano essere lo strumento della propaganda anti francese. Un altro nemico in casa, anche se non terroristico, ma a livello di pensiero politico.

Gli strumenti per ovviare a questa situazione sono molto razionali: non bisogna mai generalizzare, infatti il vero pericolo è quello della reciproca intolleranza. Inoltre è necessario non negare i modelli di integrazione e la loro dimensione e anzi è prioritario rafforzarli. È anche necessario non cadere nella trappola della strumentalizzazione politica che può minare la stabilità sociale di uno stato. I governi sono chiamati ad annientare i rischi e contestualmente gestire i rapporti sociali, soprattutto oggi che combattiamo anche contro una pandemia.

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