I numeri dei contagi in carcere hanno cominciato a crescere con rapidità. Nella mattina di mercoledì si parlava di circa 150 tra i detenuti e 200 tra i membri del personale. In entrambi i casi ci sarebbe stata una crescita di circa cento unità nell’ultima settimana. Ma questi numeri sono già vecchi. Nel solo carcere di Terni, infatti, si parlava poche ora fa di una ventina di contagi, mentre adesso pare si siano raggiunti i 55. Il fatto che nella prima ondata di Covid-19 le carceri italiane non si siano trasformate in una bomba sanitaria non significa purtroppo che ciò non possa accadere in futuro.

È infatti accaduto in altri luoghi. Negli Stati Uniti d’America le politiche di incarcerazione di massa hanno portato alla morte di 1.122 persone detenute e di 42 membri del personale penitenziario. Ben 90 sui 100 più grandi cluster di Covid-19 negli Usa si sono verificati in strutture di detenzione. Nonostante molti esperti di salute pubblica avessero usato tutto il loro fiato per avvisare che il solo modo per bloccare la diffusione del virus era quello di trovare collocazioni alternative al carcere per più detenuti possibile, la paura di poter essere infedeli all’ideologia della pena severa a ogni costo ha fatto sì che un numero irrisorio di persone potesse alleggerire il peso delle prigioni federali e locali.

Se da noi il virus continuerà a diffondersi in carcere con la rapidità degli ultimi giorni, si rischierà una tragedia dalle proporzioni enormi. Per le persone detenute, ma anche per la popolazione libera, che si troverà a fare i conti con un Servizio Sanitario Nazionale rapidamente gravato da un gran numero ulteriore di persone.

La prima misura da prendere per affrontare la situazione è inevitabilmente quella della riduzione delle presenze. Nei due mesi peggiori della prima ondata, marzo e aprile, i detenuti calarono di circa 8.000 unità. Ciò accadde per una somma di motivi: la riduzione degli ingressi, dovuta a un calo degli arresti conseguente alla situazione di lockdown; la consapevolezza della possibile tragedia imminente da parte della magistratura di sorveglianza, che la portò a evadere pratiche di detenzione domiciliare per chi risultava idoneo con maggiore solerzia rispetto ad altri periodi storici; le timide misure introdotte nel decreto Cura Italia, che portarono anch’esse a velocizzare la concessione di alcune detenzioni domiciliari. L’affollamento penitenziario restava comunque parecchio superiore alla capienza. A fine aprile avevamo 53.904 detenuti per 50.438 posti ufficiali (che diminuiscono se consideriamo le sezioni non utilizzate per manutenzione). Il numero dei detenuti è ora ripreso a crescere e alla fine di settembre aveva raggiunto le 54.277 unità.

Servono spazi. E servono in ogni singolo istituto penitenziario. Ovunque, da un momento all’altro, può drammaticamente dover servire una sezione di isolamento, una sezione Covid, una sezione per la quarantena. I nuovi giunti vanno isolati dai detenuti già presenti. Il distanziamento sociale va rispettato ancor più in luogo per definizione chiuso.

Sappiamo che è in arrivo un pacchetto di misure che riguarderà in qualche modo anche il carcere. Per il bene di tutti, bisogna avere coraggio. Bisogna portare avanti la consapevolezza che la detenzione domiciliare non è affatto sinonimo di libertà e di incertezza della pena. La politica deve saperlo, e deve saperlo spiegare all’opinione pubblica. Non c’è necessità di contrapporre la salute alla sicurezza.

È necessaria quella ragionevolezza che all’inizio di aprile ebbe il Procuratore Generale della Corte di Cassazione, Giovanni Salvi, che emanò un documento nel quale invitava i pubblici ministeri a valutare tutte le opzioni che la legge mette a disposizione per ridurre la popolazione carceraria, prima tra tutte il maggiore riscorso agli arresti domiciliari piuttosto che alla custodia cautelare in carcere per chi è in attesa di processo.

La paura sta crescendo. Aumenta di giorno in giorno il numero di parenti di persone detenute che si rivolgono ad Antigone per chiedere aiuto, conforto, informazioni per i loro cari. È importante che si diano spiegazioni a chi vive in carcere rispetto alla situazione del virus e alle misure adottate per contrastarla. È importante che si prosegua in maniera massiccia sulla strada già intrapresa a marzo delle videochiamate e della facilitazione di ogni contatto sicuro con le famiglie. La seconda ondata di Covid-19 non ci coglie alla sprovvista. Oggi il carcere non ha bisogno di improvvisare. Oggi la tecnologia e le precauzioni sanitarie che ha imparato a usare possono venire utilizzati non solo per sopravvivere ma anche per vivere. La scuola, la formazione professionale, le attività culturali possono proseguire con modalità a distanza, come accade al di fuori delle mura di cinta.

Se vogliamo evitare la tragedia, dobbiamo agire in fretta e con il coraggio di parlare alla testa delle persone e non alla pancia. Se poi vogliamo anche perseguire il fine di una pena costituzionale, potremmo scoprire che questa drammatica esperienza ha lasciato qualche insegnamento da portare avanti.

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