“Porca vacca è morta Kim Kardashian”. “Non è vero, è una fake”. Benvenuti in uno dei film più dissacranti e divertenti dell’anno. S’intitola Imprevisti digitali, anche se in originale fa Effacer l’historique, ovvero dare una pulitina alla cronologia del pc, ed è diretto dai francesi Benoit Delepine e Gustave Kervern. Una coppia di comici satirici irriverenti che ha costruito negli ultimi vent’anni una sua personalissima versione del vivere contemporaneo e dei suoi devastanti ostacoli quotidiani al cinema. Il Pilardosse/Depardieu alle prese con la pensione in Mammuth, la disoccupazione e la lotta di classe di un gruppo agguerrito di donne operaie in Louise Michel, ed ora direttamente la grande mammella a cui siamo appesi oramai senza appello: la globalizzazione tecnologica incontrollata tra internet e telefonia mobile.

Protagonisti sono tre buffi personaggi, vicini di casa in un sobborgo francese Bertrand (Denis Podalydes) è una specie di tardo hippy che si invaghisce della voce di una ragazza di un call center e intanto prova ad aiutare la figlia vittima di cyberbullismo. Marie (Blanche Gardin) incline al bicchierino facile, pronta a dismettere pezzi di casa (perfino le doghe del letto) e ad abboccare ad ogni fake online, rischia grosso con un filmino porno che la vede protagonista finito in rete. Christine (Corinne Masiero) è forse il personaggio più esteticamente delepinekerverniano di tutti: una signora di mezza età, ora autista, in cerca di stellette e like online, ex dipendente di una centrale nucleare e licenziata per overdose di serie tv e online. Tra cookie da accettare in continuazione, semafori rossi da cliccare per accedere ad un servizio web, attese infinite e costose ai call center, i tre decidono di farla pagare al grande mostro che governa le loro esistenze. Imprevisti digitali è una farsa deliziosa che distrugge ogni tragica certezza della contemporaneità appallottolando tutte quelle ovvietà scontate, una volta si diceva “borghesi”, nel tempo di un paio di battute o di rapide gag. Già perché nel loro incedere volonteroso e luddista, ma ancora dipendente da filmati, chiamate e sguardi dal web/4G, verso la casa madre dove si nascondono i dati personali, i tre protagonisti sfiorano ogni elemento culturale e comunicativo condiviso obtorto collo dalle masse popolari odierne, oramai trasformato in ossessione. Maria dal suo cucinotto incrocia il cameo di un affezionato attore della ditta Delepin/Kervern, il comico Benoit Poelvoorde, qui in veste di un tragicomico, sfruttatissimo, corriere “Aliamazon” (in questi due minuti c’è tutto il terrificante significato del “lavoro dipendente” nell’evo neoliberista, chapeau); la confessione in automobile di Christine sulla sua dipendenza alle serie ha una tempistica comica da ribaltarsi sulla sedia; Bertrand, nel suo fitto dialogare con la voce di donna al telefono fornisce un aggiornamento dell’uso di liquido seminale da Tutti pazzi per Mary.

Imprevisti digitali è così una lama tagliente, irridente e politica sulle sovrastrutture che governano inconsciamente il nostro comune agire, ed ha dalla sua anche una certo ruvido, dignitoso, verace legame affettivo con i personaggi che mette in scena. La regia, a livello stilistico, infine, non disdegna la porosità dei nuovi mezzi digitali (la videocamera di telefonini, ad esempio) per sintetizzare sguardo generale degli autori e lo specifico dei protagonisti. I brani di Daniel Johnston, artista cult, scomparso nemmeno un anno fa, autentica scheggia bipolare ed eversiva del mondo musicale statunitense, chiudono il cerchio tempestando il racconto di contrappunti sonori inattesi, creando un cinema apparentemente kitsch, nostalgico, amatoriale, ma nella sostanza terribilmente acuto, formalmente consapevole e spudoratamente contemporaneo. Con un’apparizione fulminante e suicida di Michel Houellebecq. Leone d’argento all’ultimo festival di Berlino. In sala dal 15 ottobre.

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