La nuova normalità che ci aspetta quando arriverà il vaccino per Covid 19 non sarà fatta di esodo nei piccoli centri e “south working“. Chi vive e lavora in città dinamiche come Milano ci resterà, o ci tornerà. Perché nel lungo periodo lavorare isolati riduce produttività e creatività. Il vero cambiamento sarà che il telelavoro per uno o due giorni a settimana diventerà un’opzione per chiunque svolga attività che lo permettono. Risultato: le auto sulle strade e la congestione sui mezzi diminuiranno, rendendo ancora più attrattivi centri in cui finora perdere ore nel traffico è stato l’inevitabile scotto del successo economico. La profezia, ottimistica e decisamente originale rispetto alla visione che ci immagina in potenza tutti al computer dalla campagna o dalla casa al mare, è dell’economista Enrico Moretti, docente a Berkeley, autore nel 2012 di La nuova economia del lavoro – successo che gli valse una convocazione dall’allora presidente Barack Obama – e per un breve periodo consulente del governo italiano per la fase 2.

Il libro racconta l’ascesa, negli Usa e in Europa, di alcune città diventate “hub di cervelli” grazie a un circolo virtuoso tra concentrazione di lavoratori molto istruiti, alti salari, mobilità sociale.
Sono città come San Francisco, Seattle, Boston e Washington Dc. In Europa Londra, Zurigo, Stoccolma. L’Italia non ha centri con lo stesso peso globale, ma l’area di Milano e Bologna ci si avvicinano. In comune questi “brain hubs” hanno il fatto che negli ultimi tre decenni sono cresciute molto più delle altre in termini di reddito e occupazione grazie ad un’altissima percentuale di lavoratori con laurea o master e ad una struttura industriale molto innovativa, con forti investimenti in ricerca, che crea prodotti o servizi unici, non replicabili in Paesi con costi più bassi, in settori che vanno dall’hi tech alla ricerca medica a parti della finanza e del marketing. Settori che creano alto valore aggiunto riflesso in salari molto alti.

E chi, in quelle stesse città, lavora in settori più tradizionali e a bassa specializzazione?
La ricchezza prodotta da high tech e innovazione ha ricadute positive anche per loro: ho stimato che ogni posto di lavoro in quei settori ne crea quattro o cinque nei “servizi locali”, che vanno dalla ristorazione all’edilizia all’istruzione fino ai servizi professionali (avvocati, medici). I 20mila impiegati di Google in Silicon Valley generano indirettamente 80-100mila posti aggiuntivi. E in queste città anche gli stipendi di chi offre questi servizi sono nettamente più alti che altrove.

Il Covid però sembra aver “rotto” questo modello, interrompendo la connessione tra posto di lavoro e luogo in cui si vive.
Certo, perché tutte le grandi imprese hi-tech, da Apple a Twitter, hanno deciso di consentire il lavoro da casa fino a metà 2021. Lo stesso hanno fatto molte aziende anche in Italia. Di conseguenza molta gente ha lasciato i brain hubs, dove la vita è molto cara, e si sono spostati altrove.

Molti pensano che la nuova normalità sarà questa. Concorda?
Ragionando sulle forze economiche che hanno fatto crescere i brain hubs, mi sembra molto probabile che le stesse forze restino dominanti negli anni futuri, quando avremo il vaccino. Le stesse ragioni che hanno portato all’agglomerazione in queste città di posti ben pagati nei settori più innovativi, ad altissima produttività e innovazione, faranno sì che ci si ritorni. L’idea che lavoreremo a casa per sempre e questi centri saranno destinati al declino mi pare ingenua, tradisce quel che abbiamo visto fino a febbraio.

Anche se con il telelavoro molte aziende hanno registrato un incremento della produttività e in potenza potrebbero tagliare i costi degli uffici?
Attenzione, la produttività è aumentata ma l’orizzonte di osservazione è stato di pochi mesi. Io non credo che la forza lavoro possa restare produttiva e creativa restando sparpagliata. La prossimità fisica e lo scambio di idee sono importantissimi per sviluppare idee nuove. Ho appena finito una ricerca sulle carriere di 1 milione di scienziati e innovatori negli Usa: l’effetto sulla loro creatività – misurata con il numero di brevetti prodotti ogni anno – di un trasferimento da città come Kansas City o Detroit a hub come San Francisco è nettissimo. Si vede quasi subito un aumento del numero e della qualità delle innovazioni che producono. Avveniva prima del Covid e non c’è motivo per pensare che queste forze spariranno. E’ difficile avere un’idea “cutting edge” se si sta da soli sulle montagne del Colorado. Non solo: la concentrazione nei brain hubs migliora il match tra lavoratore e azienda, perché per esempio un ingegnere specializzato in una branca specifica del biotech troverà più facilmente un’impresa che abbia bisogno proprio di quella competenza e sia in grado di valorizzarla. In più c’è la dimensione dell’offerta culturale, che a sua volta genera dinamismo.

Quindi dopo il vaccino tutto tornerà come prima?
No, grazie alle lezioni apprese durante l’emergenza ci saranno cambiamenti importanti che potenzialmente renderanno i brain hubs ancora più attrattivi. E’ molto plausibile che la diffusione dello smart working aumenti moltissimo. Parliamo però della possibilità di stare a casa uno o due giorni a settimana, non di vivere in Sicilia e lavorare a Milano. Una soluzione di questo tipo dà flessibilità al lavoratore, può consentire all’azienda di avere meno postazioni fisse e riduce la congestione sulle strade e sui mezzi pubblici. In un mondo in cui una percentuale di lavoratori lavora da casa uno o due giorni, ci si può aspettare una riduzione del traffico molto significativa, tra il 20 e il 40%. Vuol dire liberare le città da quella che era l’altra faccia della medaglia del successo economico. Uno scenario opposto rispetto a quello di chi prevede il declino degli “hub di cervelli”.

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