Biglietto di sola andata. Quello che per tanti era sogno, o almeno desiderio, per qualcuno sta diventando realtà, grazie alle modifiche che la pandemia ha imposto al mondo del lavoro. Da qualche tempo si è iniziato a parlare di “South Working”, il lavoro al Sud, o meglio dal Sud. Schiere di professionisti, lavoratori e studenti che, dalle città del Nord, sono rientrati nelle terre d’origine e qui ora decidono di fermarsi grazie alla possibilità di lavorare a distanza. Stesso reddito, calato in un contesto dove il costo della vita è più basso. Un esodo di ritorno che comporta vantaggi anche per tutto “l’indotto” che ruota attorno al lavoratore: immobiliare, bar, ristoranti, palestre, servizi alla persona e quant’altro. Qualcosa di più di una semplice ipotesi, visto che nelle città del Nord, in vista dei rientri e della ripresa di settembre, si registrano le prime disdette di affitti e si levano le prime voci d’allarme.

L’allarme che suona al Nord – In questo momento, è difficile calcolare una perdita media del comparto in città, perché ogni quartiere fa storia a sé”, ha spiegato Carlo Squeri, segretario generale di Epam-Confcommercio. “In pieno centro, la perdita di fatturato per alcuni locali si può misurare nell’ordine del 75% e la situazione peggiore è legata alle attività diurne, proprio perché gli uffici sono chiusi e i dipendenti non escono a pranzo”. “Milano era una città nella quale circolavano tre milioni di persone al giorno, il doppio dei suoi abitanti”, ricorda il segretario di Epam. Oggi la città è dei milanesi, non dei turisti e non degli uomini d’affari. E nemmeno degli studenti, come appare chiaramente per chi si trova a frequentare quartieri come Città Studi. Un’assenza, quella dei fuori sede, che colpisce il settore della ristorazione non solo per quanto riguarda i mancati incassi, ma anche per l’offerta di lavoro, visto che lo studente che condivideva un appartamento in affitto era un target ideale a cui attingere per ristoranti, bar e locali notturni come collaboratore più o meno occasionale. Quello che sta capitando a Milano non è ovviamente isolato anche se in Italia è la città più colpita dal ‘south working’.

Esodo e contro esodo Secondo una stima de Il Sole-24Ore in 20 anni Milano ha guadagnato circa 100mila residenti provenienti da altre regioni d’Italia, soprattutto dal Mezzogiorno, e una parte consistente di questi, con la pandemia, è rientrata nella propria terra, continuando a lavorare online, ma non consumando più a Milano. Per contro lo Svimez ha stimato come negli ultimi 15 anni, due milioni di lavoratori, soprattutto giovani e profili qualificati abbiano abbandonato le regioni meridionali per spostarsi al Nord. Un esodo che naturalmente ha divaricato le distanze tra due aree del paese e che ora potrebbe, almeno in una qualche misura, ridursi. Una recente indagine condotta da Swg e centro studi Mediobanca ha mostrato tra l’altro come il 23% degli interpellati si attendono che lo smart working rimarrà lo stesso del periodo di lockdown o addirittura aumenterà mentre per il 57% diminuirà ma solo lievemente. Solo il 20% si attende un pieno ritorno alla situazione lavorativa pre-Covid. Del resto durante gli ultimi mesi le aziende hanno investito nel lavoro a distanza ed è verosimile che continueranno a sfruttarne gli aspetti più vantaggiosi anche una volta conclusa l’emergenza.

La portata del fenomeno: cambiamenti si, rivoluzioni no – Secondo gli esperti è però sbagliato indulgere in eccessivi pessimismi o, sul fronte opposto, ottimismi. Diversi osservatori hanno segnalato come il Covid sia destinato a lasciare tracce durature nel mondo del lavoro ma, probabilmente, non vere e proprie rivoluzioni. “Per le località del Sud e del Centro Italia è una grande opportunità – spiega a ilfattoqutidiano.it, Emilio Reyneri, professore emerito di sociologia del lavoro all’università Statale Bicocca di Milano – ma bisogna saperla sfruttare”. Per attrarre in modo permanente lavoratori, servono infatti anche una rete di servizi efficienti, dalla scuola alla sanità e alla rete di trasporti. “Sul piano tecnologico quella del lavoro a distanza è una soluzione praticabile senza particolari problemi e l’emergenza Covid ha fatto sì che si spezzassero alcune delle resistenze che le gerarchie aziendali mostrano sempre di fronte alle novità. Qualcosa è destinato a restare, anche una volta che saremo tornati a condizioni di normalità”, continua il sociologo che però aggiunge “attenzione tuttavia a non dimenticare un aspetto importante delle organizzazioni lavorative, ossia che le persone si devono incontrare fisicamente per condividere idee e scambiare opinioni”. Reyneri cita una battuta “la pausa caffè è spesso più importante della conference call” e fa l’esempio della Silicon Valley californiana, fucina di innovazione proprio per la prossimità fisica di aziende e lavoratori. Il lavoro a distanza è praticabile ma a patto di avere periodicamente incontri con i colleghi. Isolarsi avrebbe inevitabilmente dei contraccolpi in termini di prospettive di carriera e livelli produttivi.

Su quest’ultimo aspetto insiste anche la professoressa Chiara Saraceno, sociologa dell’università di Torino. Le opportunità del lavoro a distanza riguardano più le qualifiche basse (si pensi ai call center) e quelle molto alte e ben remunerate purché senza responsabilità di supervisione e organizzazione. Tutto ciò che sta nel mezzo, necessità di relazioni che non possono essere solo virtuali. Se si vive troppo lontano diventa quindi difficile e/o molto costoso conciliare i due aspetti dell’attività lavorativa.

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