A leggere come lo hanno maltrattato i critici internazionali, nell’anno e mezzo di attesa per uscire in sala, Roubaix, une lumiere di Arnaud Desplechin, dovrebbe risultare un indigesto giro a vuoto nel genere polar. Invece, e ci spiace essere sempre bastian contrari, siamo di fronte ad un’opera di tutto rispetto: nitida nel suo incedere sommesso e duale, metafisica nell’andare alla ricerca di una forma assoluta alla base della quotidianità del crimine senza perdersi in qualsivoglia relativizzazione del singolo caso.

Nei giorni di Natale tra le strade notturne di Roubaix, nord della Francia, “la città più povera del paese”, seguiamo le gesta normali del capo della polizia Daoud (Roschdy Zem) in uno scenario urbano marginale: un’auto incendiata, una furiosa lite in famiglia con lame al vento, un tizio che denuncia un’aggressione con una fiamma ossidrica da parte di due arabi, la scomparsa di una ragazza. Intanto la voce fuori campo di un poliziotto nuovo arrivato al commissariato descrive la sua nuova routine lavorativa e le recenti devastanti trasformazioni sociali ed economiche di Roubaix. La prima parte del film, il celebre primo tempo, un’oretta scarsa circa, ha questo andamento. Desplechin non impone alcuno sguardo etico, non contempla con emotività le vittime, non simpatizza e non amplifica la dinamica da buddy movie poliziesco tra colleghi di commissariato, non cerca nemmeno un sorriso, una forma di ironica osservazione dai casi più insoliti. Questo perché quando scatta la seconda parte lo spettatore viene immerso senza che se ne accorga (merito sublime) nella tambureggiante osservazione/analisi, all’interno delle stanze del commissariato, di un (presunto) delitto compiuto da due donne, amanti, dropout disgraziate e incrostate di miseria tra abitazioni in rovina della città. Hanno o no ucciso una vecchia signora dopo averle sottratto alcuni averi? La volontaria mancanza di tipizzazioni o cliché porta all’emersione del meccanismo asettico osservato nella seconda parte, quando dopo la metà del film Roubaix perde ogni aderenza possibile, semmai ce ne fosse stata una, nel realismo del quotidiano (il film è tratto da un documentario sull’andirivieni di un vero commissariato dell’omonima città francese) e diventa un fluido, serrato, tesissimo confronto tra inquirenti e presunte colpevoli dove si rimane inchiodati tra l’altalenante ed efficace strategia degli sbirri e la difesa di un’innocenza improbabile continuamente ricostruita dalle due donne.

La macchina da presa di Desplechin, dopo aver disegnato nella prima parte scenari ampi in esterni pericolosi e cupi, nella seconda si chiude e stringe su traiettorie di sguardo tra protagonisti spesso senza staccare nel montaggio, o con un leggero anticipo sincopato, obbligando soprattutto le due donne (Lea Seydoux e Sara Forestier) a piccoli gesti e microespressioni, rendendo gradualmente sempre più monodimensionali Daoud e compagni. Ne scaturisce un cinema raffinatissimo, gioco di specchi apparentemente impalpabile ma profondamente vibrante (Hitchcock?), accompagnato da un sottofondo sonoro persistente e struggente da sceneggiato tv anni settanta firmato Gregoire Hetzel. E poi non c’è niente da fare: Zem, con questa sua tonante presenza, oscillante tra il rassicurante e il pervicace, è un fottutissimo e devastante attore che mangia in testa a decine di colleghi europei della sua generazione.

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