Sette giorni scandagliando i cellulari di Daniele De Santis ed Eleonora Manta, riavvolgendo le immagini delle telecamere di videosorveglianza e analizzando quei cinque bigliettini. E poi la mascherina nera, il frammento di guanto in lattice, la guaina del coltello e le fascette serracavo in cortile e dentro la casa di via Montello 2, quella che Antonio De Marco aveva abitato a novembre dello scorso anno e dove sarebbe voluto tornare perché era comoda, con quella fermata dell’autobus vicina. A luglio l’arbitro e padrone di casa aveva risposto di no e forse in quel momento, ritengono gli inquirenti, lo studente di Scienze infermieristiche ha iniziato a pianificare il massacro della coppia.

Nove minuti per uccidere e una scia di indizi
Il duplice omicidio – di cui si è autoaccusato davanti ai magistrati della procura di Lecce guidata da Leonardo Leone de Castris – si è consumato in meno di dieci minuti, tra le 20.46 e le 20.54 di lunedì 21 settembre: 60 coltellate al cuore, ai polmoni, allo stomaco. Sostengono gli investigatori: aveva pensato ad ogni dettaglio, a ripulire l’appartamento, alla fuga. Ma si è lasciato alle spalle una scia di indizi e ha compiuto una serie di passi falsi che i carabinieri del Nucleo investigativo di Lecce, con il supporto dei Ris di Roma e della sezione Crimini violenti del Ros, hanno ricostruito fino a rimettere insieme un puzzle che sembrava un rompicapo.

I bigliettini e le fascette
La prima tessera sono stati i 5 bigliettini “manoscritti, ripiegati, di cui uno riportante tracce ematiche” ritrovati nel piazzale davanti al condominio insieme a una fascetta serracavo. Dentro quei foglietti di carta era descritta con “inquietante meticolosità” il “cronoprogramma dei lavori”: “Pulizia… acqua bollente… candeggina… soda… ecc”. Oltre alla “mappa con il percorso da seguire per evitare le telecamere”. Sono stati persi dall’assassino: nessun dubbio per gli investigatori, visto che altre due fascette serracavo “delle stesse dimensioni e tipologia” sono state ritrovate vicino a un mobile e sulla soglia d’ingresso dell’abitazione di De Santis e Manta. Lunedì pomeriggio, i risultati della perizia grafologica che ha comparato la scrittura con le firme di De Marco sui documenti per la patente di guida e la carta d’identità: “Ambiti di compatibilità accentuati”, è stata la conclusione degli esperti.

La mascherina e il guanto in lattice
Dentro l’appartamento altri tre elementi che potrebbero dare maggiore sostanza al lavoro fin qui svolto dagli inquirenti. Una “mascherina facciale di colore nero”, un frammento di guanto in nitrile di colore azzurro e la guaina nera di un coltello lunga 29 centimetri. Oggetti sui quali i Ris andranno alla ricerca di tracce del presunto assassino per cristallizzare l’accusa di omicidio premeditato, compiuto con “spietatezza” e “macabra ritualità”. “Erano troppo felici”, ha raccontato il 21enne durante l’interrogatorio di martedì notte davanti al procuratore aggiunto Guglielmo Cataldi e ai pm Elsa Valeria Mignone e Maria Consolata Moschettini.

Le telecamere
Come i bigliettini, anche la mascherina è stato uno degli elementi chiave per dare una forma ai sospetti. Alle 20.35, una telecamera di via Veneto immortala un ragazzo – che i carabinieri ritengono essere De Marco – con una mascherina nera “verosimilmente corrispondente” a quella ritrovata nell’appartamento. Lo stesso soggetto inquadrato undici minuti prima del delitto viene ripreso da un’altra telecamera alle 21.09 in via Fleming, vicino all’attuale casa dello studente sotto accusa, “sprovvisto di tale accessorio”. In un’altra inquadratura, sui jeans si vedono “evidenti macchie”. Tra le 20.55 e le 20.58, senza i bigliettini che avrebbero dovuto aiutarlo a orientarsi né la mascherina che doveva rendere più difficile la sua identificazione, il sospetto incrocia diverse telecamere tra via Martiri d’Otranto, ancora via Veneto, via Don Bosco e via Santa Maria dell’Idria in un percorso ritenuto “tortuoso e lungo”, seguito forse per “sfuggire” all’impianto di videosorveglianza installato” tra via Diaz e viale Rudiae. Il tragitto, sostengono i magistrati, è “inequivocabilmente compatibile” con quello appuntato in uno dei cinque foglietti ritrovati in via Montello.

La foto “scomparsa” da Whatsapp
Uno degli ultimi tasselli è arrivato dallo smartphone di De Santis: i carabinieri lo hanno ‘sfogliato’ alla ricerca dei contatti degli ospiti a cui erano state affittate le stanze della casa di via Montello 2. L’arbitro aveva l’abitudine di memorizzarli con l’annotazione “Montello” accanto al loro nome. Sono tutte state considerate persone di interesse investigativo perché “potevano essere ancora in possesso delle chiavi dell’appartamento e comunque essere soggetti ben conosciuti dalle vittime”. Tra i 165 contatti salvati in questo modo, ecco anche “Ragazzoinfermiere”, ovvero De Marco. Quando il 24 settembre, ricostruiscono gli inquirenti nel decreto di fermo, il Reparto indagini telematiche del Ros ha estratto i dati la foto profilo “era visibile”. Nei giorni successivi, invece, non lo era più: “Verosimilmente – annotano i pm – a seguito dell’eliminazione della stessa dal proprio dispositivo per non essere identificato e rintracciato”. Ci è riuscito per altri quattro giorni, durante i quali ha continuato la sua vita e partecipato anche a una festa di compleanno. Poi lunedì all’ora del tramonto i carabinieri sono arrivati nel piazzale dell’ospedale Vito Fazzi. De Marco li ha guardati e ha chiesto: “Ma da quanto mi stavate pedinando?”.

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