Nervi tesi nel consiglio di amministrazione di Atlantia, la società quotata che controlla Autostrade per l’Italia(Aspi). Il gruppo ha avviato la procedura per la cessione dell’88% di Aspi, o attraverso quotazione o con vendita diretta rivolta anche alla Cassa depositi e prestiti. Atlantia “ha preso atto delle difficoltà emerse nelle interlocuzioni con Cassa Depositi e Prestiti (CDP), fermo restando l’auspicio che queste possano essere quanto prima superate”. Ma ha anche ribadito che la vendita dovrà avvenire a condizioni di mercato e nel rispetto di tutti gli azionisti. Non si sciolgono insomma i nodi che hanno mandato in stallo la trattativa con il governo. Per Il Sole 24 Ore, la Cassa depositi e prestiti (braccio “armato” del ministero dell’Economia) sarebbe pronta ad abbandonare la trattativa a causa della distanza incolmabile tra le parti su alcuni aspetti dirimenti.

I risvolti tecnici della vicenda sono intricati ma, stringi stringi, il succo è uno: soldi. Non ci voleva un genio per capire che tutti gli accordi tra l’ Esecutivo e il gruppo sarebbero rimasti scritti sull’acqua finché non si fosse arrivati a quantificare con precisioni le cifre in gioco. E forse il governo ha fatto i conti senza tutti gli altri osti.

In campo combattivi fondi attivisti e big della finanza- In gioco infatti non ci sono solo i Benetton ma anche gli altri soci di Atlantia ed Aspi. Non solo piccoli risparmiatori ma pesi massimi della finanza, insomma gente che sa farsi valere e picchiare duro se ce n’è bisogno. Tra gli azionisti di Aspi ci sono il fondo sovrano cinese Silk Road e il colosso assicurativo tedesco Allianz. Tra quelli di Atlantia (di cui la famiglia Benetton possiede “solo” il 30%) compaiono il fondo sovrano di Singapore, la fondazione Cassa di Risparmio Torino, il gruppo bancario HSBC e anche il fondo “attivista” londinese Tci, particolarmente agguerrito nel far valere le sue prerogative di azionista e che si è rivolto alla commissione Ue per vedere tutelati i suoi diritti. La richiesta è quella di un’operazione che avvenga a prezzi di mercato e senza sconti. Condizione ribadita oggi e già esplicitata nella lettera inviata da Atlantia al governo lo scorso luglio: “il riassetto deve assicurare necessaria trasparenza, attraverso una condizione di mercato, a garanzia di tutti i soci di Aspi ed Atlantia”. Le stime attribuiscono un valore ad Autostrade intorno ai 6 miliardi di euro. La fetta in mano ai Benetton varrebbe quindi circa 1,5 miliardi di euro.

Nel tardo pomeriggio le prime prese di posizione dei soci. “Siamo molto contenti del piano messo a punto da Atlantia in quanto raggiunge l’obiettivo di uscire da Aspi, come ha chiesto il governo, e fornisce un meccanismo trasparente per fissare un prezzo di mercato equo per Aspi”. Ha dichiarato Kaveh Sheibani, co-fondatore del fondo UK Lexcor-Capital, tra gli azionisti di Atlantia. Un poco più morbida la posizione della Fondazione Cassa di Risparmio di Torino: ” auspichiamo possano continuare le trattative volte al conseguimento di soluzioni concordate per il bene del Paese attraverso un’operazione trasparente e di mercato in linea con gli impegni fin qui assunti dalle parti.

Il ministro dei Trasporti Paola De Micheli ha affermato che l’attesa “è che le decisioni del cda siano coerenti con la lettera del 14 luglio”. E ha assicurato: “Farò di tutto perché vicenda si chiuda rapidamente, come ha già detto il presidente Conte”.

Manleva, cessione e tariffe i punti chiave – Ma come si sa il diavolo sta nei dettagli e qui di dettagli che ne sono parecchi. Oggi il Cda di Atlantia ha deciso di spostare il suo 88% in una nuova società appositamente costituita. Dopo di che si aprono due scenari, in entrambi i casi con l’0biettivo di accompagnare alla porta i Benetton, mettendogli in mano un assegno più o meno pesante. “Comunque cadranno in piedi”, avevano commentato alcuni osservatori già lo scorso luglio. La nuova società potrebbe essere quotata in borsa oppure essere venduta direttamente a investitori graditi a palazzo Chigi. Oltre a Cdp alcuni fondi specializzati in infrastrutture come l’australiano Macquaire. E qui sorgono i primi problemi perché il governo vorrebbe che tutto avvenisse con un aumento di capitale attraverso cui fare entrare Cdp, ma qui si torna al punto di partenza….pagando quanto?

Chi si deve fare carico di eventuali risarcimenti? Altro tema caldo è la manleva che Cdp vorrebbe fosse concessa da Atlantia. In sostanza eventuali risarcimenti stabiliti in sede di giudizio civile per il disastro del ponte Morandi resterebbero a carico dei Benetton e degli altri vecchi soci. Che però non ci stanno, secondo loro il risarcimento concordato di 3,4 miliardi di euro chiude tutte le partite. La situazione è così tesa che sul tavolo del governo è tornata la pratica della revoca delle concessioni, pratica in realtà mai ufficialmente archiviata. La revoca è un processo lungo, incerto e che rischia di essere un boomerang per il governo. Tuttavia, come si dice, basta la parola. Di fronte a quest’eventualità non esiste investitore disposto a entrare in una partita con tale livello di incertezza. Tanto meno investitori che amano le società autostradali proprio perché caratterizzate da flussi di ricavi relativamente stabili e facilmente prevedibili, grazie appunto al regime concessorio. Quindi, appena qualcuno del governo pronuncia le prime lettere della parola revoca, tutte le opzioni di mercato dei Benetton vengono di fatto congelate. Indipendentemente dal fatto che la pratica di revoca venga poi davvero avviata. Naturalmente questo non risolve la vicenda, somiglia piuttosto ad uno stallo alla messicana.

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