Da quel 9 agosto, nonostante le proteste di piazza, nulla è cambiato. Alexander Lukashenko resta alla guida del Paese, che governa dal 1994 col sostegno della Russia, continuando a reprimere qualsiasi forma di opposizione. E oggi, scrivono i media bielorussi, ha giurato in segreto per il suo sesto mandato, e si è insediato alla presidenza giurando di “servire il popolo della Repubblica di Bielorussia, rispettare e proteggere i diritti e le libertà delle persone e dei cittadini”. L’opposizione ha reagito dichiarando di iniziare una protesta “a oltranza”. “Non accetteremo mai i brogli e chiediamo nuove elezioni. Stiamo esortando tutti a fare una campagna di disobbedienza a oltranza”, ha detto il membro del Presidio del Consiglio di coordinamento dell’opposizione bielorussa Pavel Latushko su Telegram. Latushko ha descritto l’insediamento di Lukashenko, che si è svolto “in un’atmosfera di riservatezza e segretezza”, come “una situazione senza precedenti”. La notizia ha provocato la reazione dei manifestanti che a Minsk sono scesi di nuovo per le strade in migliaia, con la polizia che ha risposto con idranti, lacrimogeni e manganelli. Sono circa 50 le persone arrestate, secondo Interfax, e due i feriti tra i manifestanti, tra cui un anziano.

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel corso di un colloquio al Quirinale con il presidente polacco Andrzej Duda, il quale ha espresso la preoccupazione di Varsavia per la situazione in Bielorussia, gli ha replicato definendo “grave e inaccettabile” la repressione delle pacifiche dimostrazioni di dissenso e auspicato l’impegno della comunità internazionale per realizzare le condizioni di libere e regolari elezioni in cui il popolo bielorusso possa decidere del proprio futuro senza interferenze esterne.

La cerimonia – Dopo aver prestato giuramento, in una cerimonia che non era annunciata, gli è stata consegnata la carta d’identità del presidente della Bielorussia dal capo della commissione elettorale centrale del paese. L’agenzia di stampa statale BelTa ha riferito che la cerimonia si è tenuta nella capitale Minsk, alla presenza di diverse centinaia di alti funzionari governativi, giornalisti, scienziati, esponenti del mondo della cultura e dello sport. Il Palazzo dell’indipendenza questa mattina era presidiato dalle forze dell’ordine e le strade di Minsk, deserte, chiuse al traffico per il passaggio delle auto a seguito di quella del presidente, uno scenario che ha ricordato quello dell’inaugurazione di Putin nel 2012, quando Mosca, dove per mesi c’erano state proteste contro il Presidente e il suo partito di “ladri e truffatori”, era deserta. Ma in quel caso tuttavia la cerimonia era stata preannunciata con anticipo ed erano state diffuse le immagini dell’intervento di Putin al Cremlino.

Il veto di Cipro sulle sanzioni Ue Uno schiaffo alle migliaia di cittadini che da sei settimane protestano contro i risultati ufficiali delle presidenziali, “truccate” per l’opposizione e dove Lukashenko avrebbe vinto con l’80% dei voti. Gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno criticato la violenta repressione della polizia contro i manifestanti pacifici e Bruxelles non ha riconosciuto la validità delle elezioni. Ma nei giorni scorsi il veto di Cipro al Consiglio dei ministri degli Esteri a Bruxelles ha bloccato nuove sanzioni a Minsk. L’ostruzionismo di Nicosia non è motivato da questioni di merito – il ministro Nikos Christodoulides si è detto infatti d’accordo ad andare avanti sul dossier – ma è legato alla richiesta inoltrata ai partner europei di una presa di posizione altrettanto incisiva nei confronti della Turchia, da tempo impegnata nelle perforazioni illegali alla ricerca di idrocarburi nel Mediterraneo orientale, in violazione della sua sovranità.

Un nodo impossibile da sbrogliare così su due piedi per i ministri. Ragion per cui, a dover risolvere il nuovo rompicapo dovranno essere i leader, al summit straordinario di giovedì, dove il dossier delle relazioni con Ankara era già previsto come piatto forte sul menù. E dove dopo tante esitazioni sull’atteggiamento da assumere nei confronti del Paese partner, ora toccherà prendere decisioni, ed aprire la porta a soluzioni percorribili. A niente sono serviti i richiami dei ministri dei Paesi partner, primo tra tutti quello del capo della diplomazia lituana, Linas Antanas Linkevicius, che ha richiamato invano a non “prendere in ostaggio l’Unione europea, mantenendola in un limbo”. Ancora una volta, l’Unione – come spesso è accaduto in passato – si trova a fare i conti con le sue contraddizioni.

Il pugno di ferro di Lukashenko – E mentre Bruxelles compie l’ennesima capriola su sé stessa, incartandosi, il regime di Minsk ha dato nuovi segnali di voler rafforzare la sua politica del pugno duro, con la complicità di Mosca. Il regime di Lukashenko, ha infatti annunciato l’arrivo di mille militari russi, nell’ambito della seconda fase dell’esercitazione ‘Fratellanza slava 2020’, dal 22 al 25 settembre, “per garantire la sicurezza militare dello Stato”. Una notizia che accresce le preoccupazioni per le sorti del popolo bielorusso, che da settimane resiste alla repressione violenta delle manifestazioni pacifiche, alle carcerazioni arbitrarie, alle torture, e agli stupri, e che se necessario, come ha sottolineato Tikhanovskaya nella sua audizione all’Eurocamera, “continuerà a combattere per anni”.

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