C’è una cosa che rende fieri tutti i bielorussi in questi giorni di grande speranza per un cambio epocale: l’unità. “Non era mai successo prima che fossimo così uniti. Le persone che prima protestavano si potevano contare sul palmo della mano ed erano visti come pazzi. Nessuno sembrava poter avere il coraggio di reagire. Oggi invece mi sento fiero”, commenta Denis, 38 anni. “Abbiamo superato le nostre paure. Il luogo comune del ‘non facciamo nulla per non peggiorare le cose’. Ora la gente non ha paura di esprimere il proprio pensiero” racconta invece Tom, 36.

A dimostrazione che la popolazione non ha più paura, molti si riuniscono nei cortili delle case e nei quartieri per cantare, discutere, ascoltare musica popolare. È un momento conviviale, dove famiglie portano da mangiare, allestiscono bancarelle. Le bandiere a strisce bianche e rosse – che rappresentano la bandiera nazionale prima che il presidente Alexander Lukashenko cambiasse i colori in verde e rosso – sventolano ovunque. “Finalmente la popolazione si è svegliata. Ha capito che deve combattere per i propri diritti e che ha il potere di scegliere chi votare” dice Aleksej, 38. Da questi incontri partono poi tutti i cortei giganteschi, chiaramente proibiti dalla legge (e la polizia lo fa notare con il megafono molto spesso, ricevendo come risposta una ola di fischi e grida di felicità).

Questa reazione, tanto attesa da molti, è dovuta però passare attraverso un periodo di tensioni e di incertezza, caratterizzato dalla repressione brutale delle forze dell’ordine, delle prime manifestazioni dopo le elezioni presidenziali del 9 agosto scorso, dalle quali il presidente – in carica dal 1996 – ha ottenuto l’80% dei voti insieme all’accusa, però, di brogli elettorali. Ed è proprio la violenza che ha scatenato la reazione gigantesca, inaspettata.

È sabato pomeriggio. La gente siede fuori dai bar, beve o mangia. La temperatura lo permette ancora. Telegram suona in continuazione. I vari siti di informazione non ufficiali (ovvero non governativi), pubblicano sulle loro pagine del social criptato. Sono diventate virali, contando più di 2 milioni di persone. È uno dei simboli di questo cambio. L’appuntamento è alle 3 del pomeriggio in piazza di fronte al palazzo del comune di Minsk. Inizia così la marcia delle donne. “Visto che la polizia si comporta in maniera violenta contro gli uomini, ci siamo attivate noi donne, sperando che si comportino meglio. Siamo pacifiche. Il presidente non ha capito che è un punto di non ritorno e più protestiamo più la gente si unisce” commenta Irina, 32. Sono le donne ad essersi messe in gioco per proteggere i propri mariti, spesso picchiati a sangue e torturati.

Di fronte all’edificio del comune sventolano bandiere bianche e rosse, gridando tutte insieme. All’improvviso, uno squadrone di Amon, le temute forze speciali della polizia composte da agenti alti, piazzati e con la faccia coperta da passamontagna neri, esce da furgonicini Volkswagen blu senza targa o da Van mercedes verde militare. Si fiondano sulla folla. Alcune donne vengono portate nelle auto con la forza, mentre dall’altro lato della piazza entrano tre Autozag, i così chiamati camion militari verdi per trasportare prigionieri, che circondano il perimetro.

I ristoranti continuano a servire. Ma chi fa foto o filma se la dà a gambe. I giornalisti pure. Gli Amon arrestano tutti. A volte anche passanti. Le donne in prima linea si asserragliano, mettendosi a braccetto. Ma non è sufficiente. A decine vengono arrestate. Quando i camion sono stracolmi di prigionieri, ripartono fra le grida della gente: “Fasciti”. Nessuno demorde. Dopo qualche minuto, un altro assembramento si crea appena più sotto, nel parco di fronte alla cattedrale. È un nuovo corteo infinito, che canta e grida all’unisono “lunga vita alla Bielorussia”, una frase che fa imbestialire le autorità perché non è lo slogan ufficiale.

“La brutalità della repressione, le contromisure quasi inesistenti contro il coronavirus e i brogli elettorali, sono state fra le ragioni che hanno fatto reagire così tante persone”, continua Denis. Essendo produttore cinematografico, è stato testimone in prima persona degli accadimenti dei primi tre giorni di proteste fra il 9 e il 12 agosto, quando la polizia ha picchiato, incarcerato e torturato molte persone.

Sono gli Amon ad essere l’elemento di forza che permette ancora al governo di fare la voce grossa. Incutono terrore, catturando prigionieri come fossero prede per portarli nelle numerose carceri, la più temuta di queste Akrestino, dove si narrano cose terrificanti avvenute nelle settimane precedenti. Ma tutto ciò sembra aver avuto l’effetto opposto, incitando le persone a protestare più fortemente.

Il giorno dopo, domenica, è quello della grande manifestazione organizzata. Quello in cui le persone si radunano in massa. Gli Amon hanno un gran da fare. Già di mattina, orde di poliziotti preparano le loro corazze. Gli Autozag raggiungono in massa le arterie deserte centrali della capitale. Sembra che una guerra sia in procinto di iniziare.

Verso le 2, ora d’inizio della manifestazione, tre signore si fanno strada verso Stella, un monumento sovietico, dove tutto dovrebbe cominciare. Mentre l’auto scorre nel traffico, raccontano. Nelly, 71, parla anche inglese. “Io vado a protestare perché non voglio che i miei nipoti lascino il Paese. Ma con questo presidente è impossibile”. È così emozionata che dice di sentire il bisogno di piangere. Ogni bielorusso che crede nel cambio vede dell’incredibile in ciò che sta succedendo. Pare quasi un sogno. “La gente si è riversata in piazza perché non ne poteva più – commenta invece Helen, al volante –chi è disoccupato deve pagare le tasse. E nelle campagne, chi guadagna meno di 100 dollari al mese deve pagarne 400 di tasse all’anno. Molti si sono suicidati. Per non parlare dei numerosi cervelli in fuga. Chi può, scappa”.

Stella è protetta da centinaia di soldati dell’esercito che mettono musica sovietica al massimo volume per depistare le persone. Alle 2, la manifestazione ha inizio. Il segnale Internet non funziona più. Nessuno può comunicare. Molti si perdono nel corteo, da decine di migliaia di persone. Dai balconi, le persone gridano incitando i manifestanti. Tutti rispondono a tono per ringraziarli. Ci sono anche i contrari, che sputano. Su molte finestre sono appese bandiere rosse e bianche. I passanti in macchina suonano il clacson e mostrano le due dita a “v”, in segno di vittoria e pace. Tutti gridano dalla gioia. Sembra una festa. Tuttavia, la mattina gli Amon hanno già incarcerato decine di persone. Nessuno però si ferma. Intere famiglie con bambini piccoli, anziani, giovani. Tutti sono presenti. Le bandiere sventolano, c’è chi si traveste. Chi porta acqua per dissetare i manifestanti. I canti, però, fanno capire anche la frustrazione: “Vattene a fare in c**o e muori” (cfr. Lukashenko) o “Lukashenko nell’Autozag”. Tutto scorre tranquillo. Poi, all’improvviso, macchine della polizia con Autozag irrompono nel mezzo della gente. Bisogna scappare in fretta.

L’obiettivo del corteo è quello di arrivare fino a Drozdy, il quartiere periferico dove vive l’élite del Paese. All’entrata, però, è posto un grandissimo battaglione di poliziotti. Nessuno reagisce. I poliziotti non attaccano la massa, aspettano. Il corteo torna indietro, gridando “Torneremo”. Non appena i gruppi diminuiscono, gli Amon entrano in scena attaccando. Alla fine della giornata più di 750 persone sono state arrestate.

Le forze speciali però non sembrano aver spezzato la fermezza di una popolazione convinta che sia necessario una grande cambiamento. Anzi, gli Amon sono stati la vera causa dell’aumento esponenziale della popolazione presente alle manifestazioni. “C’è un elemento in più penso, Olga Tikhanovskaya. La sua lotta, per difendere suo marito e liberarlo candidandosi a presidente alle elezioni, ha motivato un sacco di persone” afferma Denis.

In tutto questo, Minsk sembra vivere normalmente. La gente esce la sera, i caffè sono pieni di gente che beve per strada. Anche se, all’improvviso, piccoli focolai di persone si radunano, protestano, cantano. Davanti a gente che pranza gli Amon escono dai furgoni, arrestano due o tre persone e se ne vanno. Molti, per difendersi, cercano di togliere loro i passamontagna per mostrare il viso. Alcuni, smascherati, sono stati idientificati. Su Telegram appaiono alcune loro foto in abiti civili e vengono pubblicate con nome, cognome, data di nascita e indirizzo di casa. “L’obiettivo è quello di rovinare la loro vita. Vogliamo sapere dove vivono le loro mogli e dove vanno a scuola i loro figli. Così hanno paura”, conclude Nelly. Non possono più uscire senza che qualcuno sappia chi siano.

Per ora la popolazione è convinta di continuare sulla via del pacifismo. Ma il governo non ha dato molti segni di cedimento e Lukashenko sembra avere la mano ferma sulla situazione. Le sanzioni e una popolazione sempre più frustrata però potrebbero essere troppo. “Potrà continuare per mesi ma ce la faremo”, conclude Tom.

foto di Libero Soris

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