“In questo momento, quando qualcuno mi chiede come mai siamo messi molto meglio di altri Paesi, come Francia, Spagna e Inghilterra, l’unica risposta fondata sui fatti che do è: l’Italia ha messo in campo un lockdown più precoce, più rigoroso e più prolungato. Questo è un dato assolutamente certo”. Sono le parole pronunciate ai microfoni de “L’Italia s’è desta”, su Radio Cusano Campus, dal presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, che analizza la situazione attuale dell’epidemia in Italia e spiega: “Con quel lockdown rispetto ad altri Paesi siamo riusciti a flettere la curva della prima ondata e questo ci ha dato un beneficio in termini di mancata risalita veloce della seconda ondata. In realtà, qualcuno dice che non è molto corretto parlare di ‘seconda ondata’, perché la prima non è mai finita in nessun Paese europeo. Tuttavia, abbiamo perso un po’ di questo vantaggio durante l’estate, a causa delle ben note vicende delle discoteche aperte. Adesso la situazione sembra essersi di nuovo stabilizzata”.

Circa l’obbligo dei tamponi per chi arriva dalla Francia e la paventata riapertura degli stadi, il medico commenta: “Forse la decisione dei tamponi obbligatori è arrivata con qualche settimana di ritardo, ma è bene che sia arrivata. Ricordo che all’aumentare dei contatti sociali aumenta la probabilità del contagio. Il 3 giugno qualcuno l’ha immaginato un po’ come una sorta di festa della Liberazione: si è esagerato rispetto alla riapertura, ad esempio delle discoteche. È ovvio che bisogna rilanciare anche le attività economiche del Paese. Stadi? Una riapertura del 50% sarebbe una follia. Con 1000 persone in uno stadio dalla capienza di 80mila, all’aperto, con distanziamento e mascherina obbligatoria, il rischio aumenta di quasi zero – continua – A mio avviso, bisogna sempre tenere conto del beneficio economico e del rischio sanitario in maniera multiprofessionale e multidisciplinare, coinvolgendo anche sociologi e altre figure che sono state lasciate da parte in questa fase dell’epidemia. Ogni misura che permette un po’ di libertà in più comporta un aumento del rischio sanitario, quindi è necessario vedere quale sia l’accettabilità del rischio rispetto al beneficio economico e sociale”.

Cartabellotta si sofferma sui numeri attuali in Italia: “In Italia fino alla fine di luglio ci mantenevamo intorno a una media di 1400 casi settimanali. Adesso ci attestiamo a circa 1400 casi al giorno, quindi circa 10mila alla settimana. L’incremento progressivo a partire da fine luglio, è dovuto fondamentalmente al fatto che si fanno più tamponi. Ma c’è una cosa che non viene mai detta, e cioè che è aumentato in questi mesi il rapporto tra positivi e casi testati: a fine luglio il rapporto era 0,8, la settimana scorsa era 2,8. Quindi, da un lato, si cerca di più il virus, ma, dall’altro, il numero dei casi positivi è triplicato dal punto di vista di questo rapporto. L’espansione del bacino dei casi attualmente positivi – prosegue – dai 12mila di fine luglio ai 45mila di ieri nel giro di due mesi è una salita importante. Anche se si tratta di casi prevalentemente asintomatici, quando queste persone incontrano e contagiano persone fragili, possono creare danni. I dati dei ricoveri e delle terapie intensive sono in aumento. Si tratta di numeri non paragonabili a quelli dello tsunami di marzo-aprile, perché noi di fatto col lockdown siamo ripartiti dal ‘via’, un po’ come nel gioco dell’oca, il 3 giugno. Quindi, bisogna cominciare a fare i conti da quella data rispetto all’evoluzione dell’epidemia. A marzo-aprile guardavamo solo la punta dell’iceberg, cioè i casi molto gravi. Oggi invece vediamo sotto il pelo dell’acqua perché andiamo a cercare i soggetti asintomatici”.

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