C’è un altissimo rischio di cadere nel banale quando si parla di leggende del mondo calcistico su cui è stato detto e scritto di tutto. Difficilissimo scrivere di Maradona, Pelè, Baggio, Cruijff…e di Luis Silvio Danuello. Sì, perché Luis Silvio è leggenda: il più conosciuto degli sconosciuti.

E se raccontarlo da un lato è rischioso, dall’altro è doveroso per una rubrica che si occupa di calcio e che si chiama “Ti ricordi”. Luis Silvio si deve raccontare. Uscendo fuori però dalla retorica del bidone per antonomasia, delle leggende che lo vogliono ora cameriere, ora pizzaiolo, ora pornoattore, fuori dal cliché di soggetto ispiratore di L’allenatore nel pallone.

Luis Silvio, che ancora oggi regala da Facebook cuori per la curva della Pistoiese, è sì un simbolo, ma non dei bidoni, o almeno non solo: è il profumo della provincia, della lira, degli Anni 80 e di un Paese felice, che sogna e che sa ridere. Di se stesso soprattutto. Sì perché in quelle estati sulle spiagge i ragazzi sognano al ritmo di Video killed the radio stars, o con Luna di Gianni Togni, e i tifosi sognano con la riapertura delle frontiere.

Per forza di cose si sogna a Pistoia: la squadra di Melani, con Riccomini in panchina e in campo Marcello Lippi, Frustalupi, Guidolin, Nello Saltutti è riuscita ad arrivare addirittura in Serie A, proprio nell’anno di riapertura delle frontiere agli stranieri. E Melani come ogni presidente lo sa bene: in Serie A ci vuole il brasiliano per vendere gli abbonamenti, per far sognare tifosi che senza internet e senza tv satellitare possono solo fidarsi e sperare di aver preso un fenomeno.

E “scouting”, in un’Italia pane e salame, è un termine che se pronunciato provocherebbe sguardi di sospetto: il presidente Melani manda l’allenatore in seconda Malavasi in Brasile. Obiettivo: prendere un attaccante, che di difensori e portieri brasiliani non se ne parla mica. Condizioni: a pochi soldi. Quindi già viene meno Palinho, che col Vasco aveva fatto vedere grandi cose e quindi costa molto.

Il Brasile è una terra povera, l’Italia è in pieno boom economico, col Pil che cresce del 22%: sapere che c’è un emissario di un club di calcio italiano che cerca un calciatore fa venire l’acquolina. Malavasi viene invitato a seguire un amichevole del Ponte Preta, club di seconda fascia, noto più che altro per aver lanciato Andrè Cruz, o Luis Fabiano, e all’epoca satellite del Palmeiras. I ritmi sono blandi, forse troppo, e si distingue un ragazzo che corre forte e ha buona tecnica: Luis Silvio Danuello. Costo? Intorno ai 150 milioni di lire. Fattibile, ampiamente.

L’affare si fa e Danuello a soli 20 anni arriva in Italia a bordo di un volo che porta a Roma Paulo Roberto Falcao. Qualche giornalista ha l’ardire di chiede al neoacquisto della Roma del collega e compagno di viaggio, ma pare che il volto imbarazzato del futuro Re di Roma, evidentemente inconsapevole di aver viaggiato con un collega, fosse eloquente.

Pare, e lo stesso Luis Silvio confermerà in interviste rilasciate di recente, che la madre di tutte le sue sfortune in Italia sia figlia di un equivoco linguistico appena arrivato: “Sei una punta?”, chiedono dallo staff del mister Lido Vieri, lui capisce “ponta”, che in Brasile è l’ala, e dice sì, facendosi schierare centravanti. Forse un po’ troppo sul casareccio Anni 80 come vicenda, ma tant’è.

Di fatto però, a parte un assist per il primo gol in A della Pistoiese, firmato Benedetti, Luis Silvio si perde, finendo fuori squadra dopo sei presenze e divenendo icona massima del bidone calcistico, trascinandosi attorno storie e leggende d’ogni tipo, spesso false. Poi il ritorno in Brasile, qualche altra partita e poi l’azienda di ricambi per macchine industriali che gestisce ancora oggi, col profilo Facebook da dove ancora manda messaggi d’amore a Pistoia e alla “piccola Olanda”.

In verità più che di un “pacco” del Palmeiras o di un calciatore incredibilmente scarso ci si ritrova di fronte a un fallimento dettato da un insieme di circostanze: l’età giovanissima, un club neopromosso e non pronto al massimo campionato, le difficoltà ad adattarsi a un calcio completamente diverso e sì, ovviamente, anche un talento non proprio da fuoriclasse.

Narrare, forse anche in maniera un po’ cattivella, di uno scarsissimo bidone tuttavia è riduttivo. C’è altro: c’è il viso simpatico di un ragazzino arrivato dal Brasile in piena provincia italiana, con l’ancor più giovane moglie Jane. C’è Pistoia che al “Dio C’è” della rete autostradale sostituisce un benaugurante e quasi mistico “Luis Silvio c’è” sulle mura dello stadio, una storia divertente e i galloni del più conosciuto degli sconosciuti.

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