La resa dei conti è fissata per il 9 settembre, al numero 30 di viale dell’Astronomia a Roma, sede di Confindustria. Qui, “indisciplinati” colossi dell’industria alimentare come Barilla, Coca Cola Italia, Danone o Ferrero se la vedranno con la presidenza, “rei” di non aver rispettato il diktat sul rinnovo del contratto dell’industria alimentare che si riassume in poche parole: niente soldi in busta paga.

Un passo indietro. Come altri 10 milioni di lavoratori italiani, anche i 400mila addetti dell’industria alimentare italiana, attendono che venga loro rinnovato il contratto collettivo. Da una parte del tavolo ci sono i sindacati, dall’altra 13 organizzazioni datoriali capitanate dalla Federalimentare di Confindustria. In gioco c’è un aumento medio degli stipendi che una volta a regime, ossia nel 2023, sarà di 119 euro lordi al mese. Dopo 9 mesi di trattative tre organizzazioni firmano l’intesa. Sono Ancit (conservieri ittici), Assobirra e Unionfood che raggruppa appunto i big del settore e che non commenta la vicenda. Insieme rappresentano circa il 30% del fatturato dell’intero settore ma i sindacati decidono di considerare l’accordo valido a tutti gli effetti e quindi rinnovato il CCNL. Quelli del settore alimentare sono peraltro lavoratori che durante i mesi del lockdown hanno continuato a lavorare normalmente assumendosi rischi e carichi di lavoro aggiuntivi, sotto pressione e sotto stress.

Nel frattempo però alla guida di Confindustria è arrivato Carlo Bonomi e, tra i 13 vicepresidenti dell’associazione, Maurizio Stirpe ha assunto la delega al lavoro e ai rapporti con i sindacati. Rifacendosi ad una loro particolare interpretazione del Patto per la Fabbrica, siglato nel 2018 con i sindacati, i due decidono che, non essendoci in questo momento inflazione, di aumenti in busta paga non se ne deve parlare. Gli unici miglioramenti nel trattamento dei lavoratori possono venire da misure di welfare aziendale (misure da cui le aziende ricevono peraltro benefici fiscali)

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Oggi il quotidiano Repubblica dà notizia di uno scambio epistolare intercorso tra il vicepresidente degli imprenditori Maurizio Stirpe e le aziende “ribelli”. Ad inizio agosto parte la missiva di Stirpe in cui si invita al rispetto della “linea presidenziale”. Le aziende non cambiano opinione. Il contratto era scaduto, dopo un contratto ponte, è stato rinnovato. Punto. A quel punto si è mosso il presidente Bonomi convocando le associazioni firmatarie per il 9 settembre. Si vedrà. La linea intransigente Bonomi – Stirpe rischia di naufragare ancora prima di partire.

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