di Luciano Messa

Tre figure rimangono nella nostra olografia urbana collettiva: pensionati sulle panchine, ai tavoli da gioco e intorno alle transenne dei lavori in corso.

Questi ultimi sono assurti a personaggi letterari grazie a Danilo Masotti, che una quindicina di anni fa li ribattezzò con termine bolognese “umarell” con una connotazione positiva perché segno del desiderio di partecipare alla vita sociale, ora che ne sono per gran parte esclusi, che avviene in strada e non sui media. Ma ora questi “commentatori da transenna” sono stati sostituiti dagli opinionisti televisivi e della carta stampata. Pensionati che per il loro passato di politici, intellettuali, giornalisti, docenti universitari o magistrati non ritengono opportuno esercitare il loro desiderio di partecipare tra le strade ma sui canali televisivi.

Hanno in comune con gli altri un certo modo di vestire ed un certa stizza nei commenti, un modo di considerare, implicitamente, gli altri degli scolari distratti (tipiche le allocuzioni “Fate attenzione a…”, “ Non vorrei che ci dimenticassimo che..”, “ Forse non tutti sanno che…”).

Sempre e comunque critici, sempre voltati all’indietro mentre propongono soluzioni innovative, incapaci di accettare il fatto di non essere più in gioco. Poiché non sanno mai rifiutare un invito (sono attratti dalla telecamera come un pensionato dalle transenne dei lavori in corso) e come gli umarell si avventurano spesso in argomenti che non sono di loro competenza sempre preferibilmente criticando con malevolenza, ironizzando sulla incapacità dei politici e auspicando soluzioni semplici e alla portata di tutti, come chi propone di curare tutti i malanni con la tisana della nonna.

Come i loro colleghi sui marciapiedi hanno sempre qualcosa fuori posto, di trascurato: un ciuffo di capelli ribelle, una cravatta fuori moda, una giacca stropicciata, una camicia inadeguata ecc. I più composti tra loro vestono con una eleganza inglese desueta negli studi televisivi abituati ai completi blu, ma per la maggior parte hanno quella trascuratezza propria di tutti quelli che non devono più andare a lavorare.

Sanno che sono stati invitati in quella trasmissione per parlare male di qualcuno e lo fanno volentieri, in modo pretestuoso, come un vecchio zio brontolone che nei dopo-pranzi domenicali si contraddice da una domenica all’altra pur di criticare qualcuno o qualcosa.

Ci sono ex magistrati che non si preoccupano di giudicare incostituzionale una legge offendendo così gli ex colleghi della Corte Costituzionale che invece non vi hanno eccepito nulla. Intellettuali che nella vita non hanno mai esercitato un vero e proprio mestiere che esprimono opinioni sull’agricoltura o l’ambiente. Politologi che, non avendo mai fatto politica e vita di partito, si permettono di criticare chiunque sia al governo ed esaltare quelli dell’opposizione sempre pronti ad adeguarsi in caso di inversione dei ruoli.

Nessuno che mai dica: “Scusate ma su questo non ho un’opinione perché non è il mio campo” come invece farebbe qualsiasi serio esperto di una disciplina quando gli si chiede un parere su un argomento che non conosce.

Diceva, ai suoi tempi, Pasolini che chi è invitato in televisione (quella dei due canali Rai in bianco e nero) viene automaticamente ammantato di una autorevolezza che magari non ha; è come se salisse su una cattedra perché il privilegio di essere invitato ad una trasmissione era riservato ad una stretta cerchia di individui. Ma questo responsabilizzava l’esperto di turno che cercava di non avventurarsi in discorsi su cui non aveva competenza.

Ora, all’opposto, questi pseudo esperti invece di salire in cattedra ne scendono per mischiarsi tra i banchi virtuali nei quali siamo seduti, perdono ogni attendibilità e la loro presenza è giustificata solo se usano paradossi, toni sopra le righe, eccessiva vis polemica e sarcasmo. Sono gli umarell della Terza Repubblica.

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