Nel 2019 sono stati registrati 474 femminicidi e tuttora il problema della violenza sulle donne in Turchia resta allarmante. Ma il fronte di politici e religiosi integralisti vuole fare ritirare Ankara dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza nei confronti delle donne, seguendo peraltro il processo avviato dalla Polonia nelle settimane scorse. Un tema che ha spaccato la famiglia Erdogan: a schierarsi a favore del protocollo, ratificato nel 2012 dalla Turchia, è la rete filogovernativa Women and Democracy Association (Kadem), di cui è vicepresidente Sümeyye Erdogan Bayraktar, figlia del presidente, e che include familiari di vari alti funzionari del partito Akp al potere. La pensa diversamente suo fratello Bilal, un altro dei quattro figli del capo dello stato, tramite la fondazione giovanile Tugva, cui è legato. Pur sottolineando l’impegno contro la violenza di genere, il gruppo ha espresso la sua opposizione contro diversi articoli del documento, accusato di diffondere valori contrari alla famiglia tradizionale e fare propaganda per la comunità lgbt. Nelle ultime ore, rilevano i media locali, si sarebbe così acceso un dibattito interno alla famiglia Erdogan, su cui il padre-presidente sarà chiamato a mettere la parola fine.

Il dibattito – In questi giorni si è fatto sempre più acceso, specie dopo e manifestazioni femministe contro le pressioni degli ultraconservatori islamisti, in piazza e sul web: integralisti religiosi dentro e fuori la politica sostengono che i principi a favore dell’uguaglianza di genere, della non discriminazione e del contrasto alla violenza minerebbero la famiglia e aprirebbero al riconoscimento dei diritti delle persone Lgbt+. Inoltre, ad alimentare il dibattito è stato il femminicidio della studentessa universitaria 27enne Pinar Gultekin. In una dichiarazione diffusa il 31 luglio e ripresa da Hurriyet, Kadem – che è una delle principali associazione di donne islamiche – spiega perché appoggia la Convenzione di Istanbul e si oppone alle argomentazioni degli ultra-religiosi. Sottolineando l’importanza della Convenzione nella protezione delle donne contro “ogni tipo di violenza”, Kadem respinge anche le critiche sulle presunte minacce alla famiglia tradizionale turca. “Dire che questa convenzione determina una legittimazione degli orientamenti omosessuali – ha dichiarato l’associazione in un comunicato – mostra per lo meno una malafede”.

Il comitato esecutivo di Akp dovrebbe esprimersi nei prossimi giorni sul futuro della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, che fu aperta alla firma a Istanbul nel 2011 e che la Turchia fu il primo Paese a ratificare l’anno successivo. Il mese scorso, il suo vice Numan Kurtulmus ha suggerito un possibile ritiro di Ankara.

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