A otto anni dalla ratifica, il governo di Varsavia ha deciso di uscire dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), perché contiene “concetti ideologici” non condivisi dall’attuale esecutivo polacco, fra cui quello sul sesso “socio-culturale” in opposizione al sesso “biologico“. Il processo di disdetta inizierà lunedì 27 luglio, ha detto il ministro della Giustizia Zbigniew Ziobro, convinto che la legge polacca già in vigore provveda in sé alla tutela delle donne “in modo esemplare”.

Non la pensano allo stesso modo le donne polacche, che ieri sono scese nelle piazze di oltre 20 città del Paese, Varsavia inclusa, per manifestare contro la decisione del governo, convinte che la decisione del governo influirà negativamente sulle loro condizioni. Già pochi mesi fa, in piena emergenza sanitaria, il partito conservatore al potere (PiS) aveva presentato due disegni di legge per bandire l’educazione sessuale a scuola e rendere illegale l’interruzione della gravidanza. Riforme che sono state bloccate grazie alle proteste in tutto il Paese – anche se nel rispetto del distanziamento -, che ha comunque una delle leggi sull’aborto più restrittive d’Europa: viene concesso solo per stupro, incesto e salute del feto o della madre. La stessa proposta era stata bocciata nel 2016, sempre a seguito delle proteste.

Varsavia è inoltre nel mirino per i diritti gay: un terzo del territorio polacco è infatti occupato dalle “Lgbt free zones”, ossia “libere dall’ideologia Lgbt”. Aree, in pratica, dove gli omosessuali vengono discriminati. Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione dichiarandole contro i diritti fondamentali e l’ombusdman polacco Adam Bodnar, ha deciso di rivolgersi alle corti amministrative locali, dichiarando che “discriminano ed escludono gli Lgbt da alcuni servizi pubblici”. Ma trovano il sostegno di molte organizzazioni fondamentaliste cattoliche che difenderebbero famiglia e bambini dalla cosiddetta “cultura gender”.

(immagine d’archivio)

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