Dopo l’esame dei provvedimenti varati dal Governo in materia di economia e finanza per contrastare l’emergenza della pandemia da Covid-19, si deve purtroppo prendere atto che non sono state stabilite le giuste priorità e gli strumenti più opportuni per perseguirle.

A partire dal Decreto Liquidità, che ha portato a un meccanismo di distribuzione dei fondi che non ha salvaguardato le imprese, fino all’ultimo Decreto Semplificazioni che, come ha ben spiegato a più riprese Angelo Bonelli in molti suoi interventi, rappresenterà solamente un’aggressione al territorio e aumenterà il rischio di abusivismo e di illegalità, la mancanza di visione e gli errori di chi ci governa appaiono evidenti.

Ecco due errori tra più macroscopici commessi del Governo:

– si è confuso l’alleggerimento della burocrazia con l’eliminazione delle regole del gioco;

– si è, ancora una volta, agito con interventi a pioggia, invece di porsi obiettivi chiari e specifici di ripresa economica e tutela ambientale.

Bisognerebbe invece far nostro l’approccio della purpose economy, che suggerisce come le imprese avranno successo nel lungo termine solo se faranno proprie finalità sociali in cui i loro dipendenti si identificheranno. La politica dovrebbe accompagnare e facilitare questo trend internazionale, sostenendo refitting e retrofit edilizio, che consentirebbero di frenare il consumo di suolo e di incentivare il risparmio energetico, puntando alla riqualificazione degli edifici esistenti al fine di ridare efficienza, sicurezza e vivibilità alle città e all’abitare.

In ambito edilizio il retrofit consiste nel miglioramento dell’efficienza energetica di un vecchio edificio tramite il suo isolamento termico, il rinforzo antisismico dell’immobile, la conversione di un impianto di illuminazione alogeno o a filamento in un impianto di illuminazione a led, l’utilizzo di energie rinnovabili per il riscaldamento.

Alcune stime attendibili ci dicono che dagli edifici dipende un terzo dei consumi di energia e delle emissioni di CO2: per questo l’edilizia ecologica e la riqualificazione energetica sono cruciali per la riduzione dell’impronta ambientale. In questo modo si creerebbe un volano positivo per il settore delle costruzioni e al contempo si valorizzerebbe il patrimonio immobiliare.

Gli studi condotti dall’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change, “Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico”) hanno dimostrato che se la temperatura globale dovesse crescere più di 1,5 gradi centigradi, lo scioglimento dei ghiacciai e il conseguente innalzamento del livello degli oceani costringerà 280 milioni di persone a fuggire dalle loro abitazioni, che verranno letteralmente sommerse dalle acque oceaniche “in risalita”.

Il problema dell’innalzamento della temperatura e dei danni che ne deriveranno è molto più imminente di quanto si creda, ed è un problema sociale, ambientale ed economico. Il solo rischio che una serie di costruzioni possa essere travolta da una mareggiata anomala, o da una piena improvvisa di torrenti, o che il terreno sotto le fondamenta si sgretoli, ne fa calare il valore già ora.

Studi condotti in Germania, Finlandia e California hanno infatti dimostrato che le abitazioni potenzialmente a rischio a causa dell’innalzamento del livello del mare vengono ora vendute a una cifra di gran lunga inferiore rispetto al valore che avrebbero avuto senza queste caratteristiche. Tutelare l’ambiente e il territorio significa, quindi, anche preservare un patrimonio importante per il bilancio delle famiglie.

A questo bisogna aggiungere un altro obiettivo – non più procrastinabile – consistente nell’accelerare gli interventi di prevenzione del dissesto idrogeologico. Occorre promuovere gli interventi di riduzione del rischio idrogeologico e di tutela e recupero degli ecosistemi e della biodiversità (definiti dalla Legge 164/2014 e al punto 3 dell’allegato al dpcm 28 maggio 2015).

Sarebbe stato questo, dopo il disastro della pandemia, il momento giusto per attivare il Piano Proteggi Italia che prevedeva, per il triennio 2019-2021, circa 10,8 miliardi di euro per la messa in sicurezza del territorio dal rischio di dissesto idrogeologico. Si tratta di investimenti fondamentali in grado di fare del bene all’economia e all’ambiente.

Gli studi condotti dall’Enea dimostrano che ben 5.500 chilometri quadrati di coste del nostro Paese sono a rischio inondazione. Stiamo parlando di un’area enorme, in cui risiede quasi la metà della popolazione italiana. Se le contromisure adottate non dovessero rivelarsi efficaci, insomma, ci troveremmo di fronte a un dramma umano e sociale di dimensioni enormi.

Quello delle costruzioni è quindi uno dei settori su cui puntare per contrastare gli effetti del climate change e produrre crescita economica in un’ottica di lungo periodo.

Le oltre 118mila imprese di costruzione rilevate dall’Istat con il censimento permanente 2019 hanno bisogno di una politica industriale che le accompagni verso la green economy, che favorisca con incentivi e norme chiare nuovi modelli di progettazione architettonica, il recupero dell’esistente, l’utilizzo di materiali da riciclo o ecosostenibili, l’energy technology e la resilienza del martoriato territorio italiano.

Di questo abbiamo bisogno per ripartire, non di condoni edilizi, non di opere inutili come il ponte sullo Stretto.

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