“Se aiuta a limitare i contagi, ben venga”. “Non credo che funzioni, non la scarico”. Nel dialogo con i cittadini in strada, sono questi i due poli dell’opinione sull’app Immuni, in merito alla quale lo stesso Domenico Arcuri ha recentemente parlato di un “target per ora non raggiunto”. Come risulta dai dati, coloro che dichiarano di aver già scaricato l’applicazione sono 4 milioni. Prevalgono tra gli intervistati le perplessità sulla sua effettiva utilità, i dubbi sull’uso improprio dei dati e prim’ancora un clima psicologico di generale rilassamento. Inoltre non tutti i dispositivi supportano la App e molti non dispongono delle necessarie informazioni. Ma si trova anche chi sostiene che per aumentarne l’efficacia “si doveva renderla obbligatoria”. E chi contesta la preoccupazione sulla privacy: “Lasciamo i nostri dati ovunque, e non scarichiamo un’app che può essere utile alla salute”. E voi che ne dite?

Memoriale Coronavirus

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Ora più che mai c’è bisogno di tuttologi, altro che specialisti: solo la visione d’insieme ci salverà

next
Articolo Successivo

Coronavirus, ambiente e benessere al centro dopo la pandemia: ecco perché il “femminismo geografico” è il futuro dei centri urbani

next