di Margherita Cavallaro

Dopo il mio ultimo blog in cui parlavo delle discussioni online sulle vicende sentimentali di Harley Quinn a ridosso del finale della seconda stagione, mi sono resa conto che molte persone non capiscono come si possano veicolare tematiche importanti in un cartone e essere coinvolti così tanto nelle vicende di personaggi fittizi, fino al punto di cominciare discussioni online sulle loro relazioni.

La giustificazione che spesso queste persone trovano per questo comportamento che non capiscono è convincersi che evidentemente chi lo fa vive così tanto nella bambagia che non sa quali siano le asprezze del mondo reale. Quest’oggi voglio approfondire questo punto e parlare dell’importanza della rappresentazione, perché in realtà è quasi sempre l’opposto.

Tralasciando il fatto che diverse persone diano più importanza a certe cose piuttosto che ad altre e che tutte sono degne di rispetto (a me del calcio, per dire, non me ne frega niente, ma rispetto quelli che ne discutono per ore al bar o piangono quando la loro squadra perde il campionato), il fatto che qualcuno si faccia coinvolgere tanto da un personaggio fittizio è spesso perché non può fare investimenti emotivi nel mondo reale in sicurezza. Questo è ancora più vero se si considera che per decenni le persone Lgbt+ sono cresciute senza i famosi “modelli” di cui tanto ci si riempie la bocca parlando di adozioni.

Come si naviga nelle difficoltà della vita? Come si superano i problemi specifici di coppia? Come si reagisce alle specifiche ingiustizie della società? Che aspetto ha una vita a cui aspirare? Possiamo essere felici da grandi? Tutte queste domande trovano di solito risposta (o quantomeno viene data un’idea di risposta) dai genitori, dalla scuola e dalle storie.

Parlando della mia generazione, genitori omosessuali non se ne vedevano né nella realtà né in tv, a scuola di tematiche del genere non si parlava e le storie con personaggi gay venivano censurate dalla tv rendendo le loro relazioni romantiche dei rapporti di amicizia o parentela (e comunque spesso per quei personaggi non c’era lieto fine).

Nessuno ci ha mai preparato al panico di quando ci piaceva qualcuno e non sapevamo se quel sentimento fosse permesso o meno, al sesso, al rigetto delle nostre famiglie, alle conversazioni piene di disagio, alle parole dette a metà o sottovoce, alla discriminazione, alla nostra identità urlataci contro come fosse un insulto, allo stare insieme senza essere riconosciuti, al voler un bambino e non poterlo avere, all’esistere in un corpo che non senti tuo, all’appartenere ad un mondo che molte altre persone non vogliono accettare.

Allo stesso tempo nessuno aveva mai preparato le nostre famiglie ad avere figli con problemi tanto diversi dai loro, né i nostri amici. Sono tutte cose in cui dobbiamo muoverci alla cieca, sbattendoci il muso, ed è per questo che poi finiamo per costruirci famiglie alternative. Chi è sfortunato e non vive di persona i suddetti legami, allora li cerca online o nei media. D’altro canto, se si pensa ad un orfano, non è così difficile immaginarlo alla ricerca nei propri rapporti di figure familiari o genitoriali e il meccanismo è un po’ lo stesso.

La rappresentazione è fondamentale non solo perché può fornire modelli positivi, ma anche perché contribuisce alla costruzione di un’immagine di sé concreta, accettabile e accettata. Investiamo con così tanta foga in personaggi fittizi proprio perché il mondo là fuori con noi è troppo duro. Molti di noi non possono ancora avere un lieto fine e quindi lo cercano disperatamente nelle storie degli altri, anche se i loro protagonisti non sono reali. Se troviamo una storia con un protagonista come noi che ha un lieto fine, forse un lieto fine sarà possibile anche per noi.

Oggi ovviamente le cose sono molto migliorate sotto questo aspetto, eppure venendo un po’ più rappresentati è sorto un altro problema: gli etero si lamentano specialmente con Netflix perché “esistono anche loro” e pensano che Netflix se lo sia scordato. Beh, certo, grazie, nessuno se ne era affatto accorto che esistete anche voi considerando che le produzioni con protagonisti etero sono più del 90%.

Secondo uno studio della no profit Glaad del 2017, solo il 4,8% di tutte le serie tv americane ha contenuti Lgbt+. Stando così le cose, lamentarsi per quel 5% arrotondato è come lamentarsi perché tua madre che ti fa le torte ogni giorno una volta al mese porta una fetta del dolce ad un bambino povero. Sono sicurissima che molti bambini viziati si lamenterebbero, ma quello è, appunto, un comportamento da bambini viziati. Gente adulta che si fionda a fare lo stesso per qualche serie tv è onestamente preoccupante, perché vuol dire che siamo circondati da individui che non sono in grado di ragionare meglio di un bamboccio viziato.

Comunque la si guardi, da qualsiasi angolazione, secondo ogni aspetto, questa situazione è tutt’altro che confortante ed eccoci dunque all’ultimo punto sull’importanza della rappresentazione: l’educazione. Come quel bambino viziato e frignone deve essere educato a condividere, soprattutto se quello che ha è superfluo per sé ma significa molto per altri, così gli etero devono imparare che le persone Lgbt+ esistono e che non siamo più disposti a nasconderci o a far finta di non esistere.

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