I leghisti che chiedono impegni pubblici scritti sull’autonomia. Gli altri replicano e vorrebbero piuttosto un patto anti inciucio, ricordando l’ingombrante precedente del Carroccio al governo coi grillini. Due giorni dopo l’accordo per le regionali il centrodestra è già sull’orlo di una crisi di nervi. L’ultimo fronte che provoca bruciori di stomaco all’interno della coalizione lo apre Luca Zaia con un’intervista al Corriere della Sera. Il ricandidato governatore del Veneto ha annunciato che vigilerà sulle liste compilate dagli alleati per le Regionali. In che senso vigilerà? Sui precedenti penali? No, sempre sulla stessa epocale battaglia: l’autonomia regionale. “Non esiste che al mio fianco ci siano persone che non credono nell’autonomia o che abbiano anche solo il minimo dubbio“, dice il presunto volto moderato della Lega. Un messaggio diretto esplicitamente a Fratelli d’Italia, la gamba destra della coalizione con Giorgia Meloni che è costretta a replicare a stretto giro: “Non capisco il comportamento della Lega e questa intervista di Zaia dopo la grande prova di unità che avevamo dato con l’indicazione unitaria dei candidati presidenti in tutte le elezioni regionali”.

Per la verità la “grande prova di unità” di due giorni fa consisteva in un comunicato congiunto diffuso da Meloni, Salvini e Silvio Berlusconi, con i nomi dei candidati alle regionali, subito inquinato dai toni velonosi usati dai leghisti poche ore dopo. Il Carroccio non aveva digerito almeno tre punti: le facce giudicate troppo “anni ’90” scelte come aspiranti governatori dagli alleati (Meloni in Puglia ha candidato Raffaele Fitto), il rischio di candidature di “impresentabili” (soprattutto in Campania nelle liste di Forza Italia), e poi il numero di candidati presidenti riservato alla Lega, praticamente lo stesso ottenuto da Fratelli d’Italia. Oltre alla Toscana (dove ha imposto Susanna Ceccardi), Salvini ha incassato la scontata ricandidatura in Veneto di Zaia, che da quando è accreditato dai sondaggi tra i principali leader nazionali per indice di gradimento (Ixè lo dà al 49%, venti punti davanti al suo segretario) rilascia interviste dai toni molto autonomi rispetto alla linea di partito.

D’altra parte per Zaia l’Autonomia è un vero cruccio. Se due giorni fa da via Bellerio avevano pensato di dover assicurare “liste di qualità” senza “impresentabili” in Campania, scatenando la furia di Forza Italia, adesso il governatore veneto rilancia lo stesso concetto ma lo collega a uno dei temi più difficili da digerire per gli alleati di Fdi, da sempre sostenitori dell’unità e della centralità dello Stato. “Chiederò un impegno pubblico scritto – dice il governatore al Corriere – Candidarsi in Veneto significa impegnarsi per l’autonomia senza se e senza ma”. Gli fanno notare che gli alleati di Fratelli d’Italia non sembrano essere troppo d’accordo. Il presidente risponde che i meloniani in Veneto “hanno già votato per l’autonomia. In generale, direi che c’è chi arriva prima e chi arriva dopo, ma non capire che questo processo è irreversibile significa essere fuori dalla storia”. I toni di Zaia sono coltellate per un partito che si chiama come la prime parole dell’inno nazionale: “Voler bene al Paese – dice – non significa solo cantare bene l’inno di Mameli e sventolare il tricolore“. Parole che non sono esattamente pacifiche, visto che a pronunciarle è uno che regala a tutti i neonati veneti il vessillo di San Marco e fa parte di un partito – la Lega – che storicamente non aveva un gran rapporto con la bandiera nazionale.

E infatti l’effetto di quei virgolettati è stato non suscitare la replica di Fdi. Da Bari, dove è andata a presentare la candidatura – invisa alla Lega – di Fitto a governatore della Puglia, Meloni è costretta a intervenire. “Noi – rivendica – abbiamo già firmato nel 2018 un programma che prevedeva sostegno all’autonomia regionale come ancora prima la destra aveva fatto sostenendo le proposte di devolution. La nostra unica e permanente preoccupazione sul tema è che sia garantita l’unità nazionale, per questo abbiamo chiesto in cambio alla Lega di impegnarsi formalmente su un convinto sostegno al presidenzialismo. Siamo pronti a firmare nuovamente quel programma. Ma vorremmo che gli alleati – ha provocato – si impegnassero anche sul patto anti inciucio, perché Zaia sa bene che non siamo stati noi, ma il M5S al governo gialloverde, a impedire che l’autonomia si realizzasse”. La leader di Fdi non sembra essere riuscita a superare il “tradimento” del 2018: col suo partito al 4% il Carroccio di Salvini decise di provare ad andare al governo con i 5 stelle, scaricando il centrodestra. Il governo gialloverde durò poco più di un anno, poi Salvini è tornato all’ovile. Dove, però, la fiducia di un tempo è difficile da riconquistare. Meloni non si fida ancora oggi: “Noi – dice – abbiamo sempre rispettato alleanze e programmi, come tutti sanno. Un impegno a non fare patti con partiti diversi da quelli con i quali ci si candida è una garanzia per tutti, e per chi ci vota per vedere realizzato il nostro programma“.

Nel botta e risposta tra Zaia e Meloni s’inserisce anche Lorenzo Fontana, l’ex ministro della Famiglia scelto da Salvini come vicesegretario del partito. Il numero due di via Bellerio si dice addirittura “sconcertato dalle dichiarazioni di Giorgia Meloni. Non capisco che cosa, nell’intervista di Luca Zaia, possa aver suscitato questa reazione scomposta. Il nostro governatore chiede solo che sia dato seguito, quanto prima, alla volontà largamente espressa dai Veneti al referendum”. Veronese, responsabile della Liga Veneta, Fontana rilancia: “Questo episodio – dice – è solo l’ultimo di una serie di –più o meno velati- insulti nei confronti di Luca Zaia e della Lega in Veneto. Per questa ragione, dopo aver sentito i coordinatori provinciali, ho registrato da parte di tutti la richiesta di far nascere un governo per il Veneto forte, coeso e che porti all’autonomia. Chi non è d’accordo, si autoesclude”. La stessa posizione mantenuta da Zaia nella controreplica a Meloni: “Non ho offeso nessuno: mi spiace, ma confermo tutta l’intervista. Che Giorgia Meloni dica di non averla capita mi sembra strano. E’ un’intervista di una chiarezza e di una limpidezza uniche”, dice il governatore senza falsa modestia. “Ho l’impressione conoscendo Giorgia e per l’intelligenza che le riconosco e con cui sono stato ministro nel governo, che qualcuno le abbia riferito l’intervista, ma non può aver fatto le dichiarazioni che le attribuiscono questa mattina avendo letto l’intervista che confermo punto per punto”, continua Zaia. Che dunque alla citazione di Fdi sul governo con i 5 stelle, replica ricordando di essere stato ministro insieme a Meloni nell’esecutivo di Berlusconi tra il 2008 e il 2010. Sull’autonomia, Zaia non cede di un millimetro: “Se Fdi porta il presidenzialismo bene, io non ho nulla contro il presidenzialismo, a me va bene tutto quello che viene dal popolo ma non faccio parte di questa trattativa. Dopo di che se qualcuno dice va bene l’autonomia però ho da ridire sulle materie, sulle competenze da delegare, e allora non è più autonomia “. Insomma: il centrodestra avrà anche trovato l’accordo sui candidati, ma l’intesa sui temi appare ancora molto lontana.

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