In piazza, di domenica, per protestare contro la decisione della Regione Umbria di abolire il day-hospital per l’aborto con metodo farmacologico. La manifestazione organizzata per oggi pomeriggio a Perugia nasce dopo la delibera regionale del 10 giugno, approvata dalla giunta di centrodestra guidata dalla leghista Donatella Tesei, che ha abrogato una precedente legge regionale – approvata dalla giunta precedente di centrosinistra – che permetteva di somministrare la pillola Ru486 in day hospital e poi a domicilio. Una decisione, quella del centrodestra, che va nella direzione contraria rispetto a quanto richiesto durante il lockdown dalle società scientifiche di categoria, che dichiaravano la “necessità di rivedere alcuni aspetti delle procedure vigenti” al fine di eliminare la raccomandazione del ricovero in regime ordinario, di introdurre il regime ambulatoriale e di prevedere in via transitoria una procedura totalmente da remoto, monitorizzata da servizi di telemedicina, come è già avvenuto in Francia e nel Regno Unito.

I temi al centro della manifestazione – organizzata dalla RU2020, Rete umbra per l’autodeterminazione – si stagliano dunque su una problematica di livello nazionale. Lo Stato ribadisce, come ha fatto anche nella più recente Relazione sull’applicazione della Legge 194/78, presentata al Parlamento e resa pubblica solo due giorni fa, che la responsabilità di organizzare in modo efficace i servizi spetta alle Regioni, anche per minimizzare l’impatto dell’obiezione di coscienza, che è arrivata al 68,4% tra i ginecologi e al 43,6% tra gli anestesisti. D’altra parte, la Regione Umbria si riferisce alle linee di indirizzo formulate dal ministero della salute nel 2010 che, accogliendo il parere del Consiglio superiore di sanità, prevedevano un ricovero ospedaliero di tre giorni. Linee di indirizzo ritenute inadatte, nella pratica, dalla maggioranza delle donne, che nel 76% dei casi hanno richiesto la dimissione volontaria dopo la somministrazione del Mifepristone, il primo dei due farmaci utilizzati nella procedura abortiva (il dato, riportato nell’ultima Relazione, è però stato raccolto nel 2011 e dunque solo indicativo per il presente).

Nei giorni scorsi il ministro della Salute Roberto Speranza si è rivolto al Consiglio superiore di sanità “al fine di favorire, ove possibile, il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza con metodo farmacologico, in regime di day hospital e in regime ambulatoriale, come in uso nella gran parte degli altri Paesi europei”, e di “prevedere l’aggiornamento delle Linee di indirizzo sull’IVG”, interruzione volontaria di gravidanza, con l’uso di Mifepristone (la RU486) e prostaglandine, “tenendo anche in considerazione la possibilità di monitoraggio da remoto attraverso dispositivi tecnologici di telemedicina”. Non è stata ancora interpellata l’Agenzia italiana del farmaco, che nel 2009 aveva autorizzato l’immissione in commercio imponendo che il farmaco fosse somministrato entro il limite di 7 settimane di gestazione.

La situazione in Italia – Il metodo più praticato di aborto farmacologico è quello che prevede la somministrazione di Mifepristone, il primo giorno, e di prostaglandine, il terzo giorno. Il primo farmaco è preparatorio e il secondo provoca l’espulsione, che si conclude in una sola giornata. Per questo motivo la procedura può essere fatta in day-hospital, in ambulatorio, o in casa con il supporto di una buona telemedicina: modalità, quest’ultima, garantita in Francia e Inghilterra con l’avvento della pandemia, e che deve fondarsi su un’accurata formazione, tasto dolente per tutto quello che, in Italia, riguarda aborto e contraccezione, e su cui la Aogol, Associazione italiana di ostetricia e ginecologia, ha annunciato novità. Secondo i dati rilevati nell’ultima Relazione, in linea con quelli degli anni precedenti, nel 96,5% dei casi non sono riportate complicanze immediate e solo nel 2,4% è stato necessario ricorrere all’isterosuzione, cioè al metodo chirurgico, o alla revisione della cavità uterina. Nessun dato, nazionale o internazionale, attesta un aumento del rischio per le donne con IVG farmacologica in regime di day hospital o ambulatoriale rispetto a ricovero ordinario.

Le differenze tra Regioni – Molte donne preferirebbero il metodo farmacologico perché non implica un intervento chirurgico, che nel nostro paese viene svolto nel 52,8% dei casi in anestesia generale e solo nel 3% in anestesia locale. Eppure in Italia il ricorso al metodo farmacologico è fermo, nel 2018, al 20,8% dei casi, un dato poco più alto rispetto all’ultima rilevazione, e molto al di sotto di quello di paesi come Finlandia, Svezia, Francia. Il ricorso all’aborto farmacologico varia molto da una Regione all’altra, sia per quanto riguarda il numero di interventi che per il numero di strutture che lo effettuano. Valori percentuali più elevati si osservano nell’Italia settentrionale, in particolare in Piemonte (44,1% di tutte le IVG nel 2018), Liguria (38,0%), Emilia Romagna (36,9%), Toscana (29,3%) e Puglia (27,8%), come riportato nella Relazione. In altre Regioni le basse percentuali sono il segnale degli ostacoli ancora presenti: come in Lombardia (8,7%), Veneto (12,1%), Campania (1,2%), Sardegna (6,3%). E in Umbria, appunto, dove solo 3 ospedali su 11 offrono questo metodo, per l’1,2% del totale di interruzioni volontarie di gravidanza, e dove il tempo di attesa per le IVG chirurgiche supera le tre settimane nel 23,7% dei casi.

Da qui la richiesta di facilitare il ricorso all’aborto farmacologico, avanzata fin dal mese di marzo scorso dalla rete Pro-choice, e poi ad aprile con una lettera al Ministero sostenuta da un ampio ventaglio di soggetti, singoli e collettivi tra cui tantissime firme di ginecologi, ginecologhe e ostetriche che si trovano ogni giorno in prima linea nell’applicazione della legge 194.

Aborti clandestini: più di 10mila ogni anno – Benché il ministero definisca “adeguata” l’offerta dei servizi in Italia, non deve sfuggirci che gli aborti clandestini sono stimati tra i 10mila e i 13mila all’anno. Un dato che la Relazione annuale definisce “un fenomeno di bassa entità” e che abbiamo chiesto di commentare a Sara Martelli, coordinatrice della campagna Aborto al sicuro: “Da una forbice del 10-12% nel 2012 si passa ad una stima fra l’11 e il 14% nel 2017. Se si trattasse di qualunque altra questione medica, l’allarme sarebbe elevatissimo. Immaginate che il ministero della Salute uscisse con delle stime che dicono che il 15% delle appendicectomie viene fatto clandestinamente in strutture non autorizzate o addirittura in casa da persone senza alcuna qualifica. Invece si tratta di aborto e abbiamo talmente metabolizzato le conseguenze dello stigma che il Ministero della salute trova basso il ricorso alla pratica fuori dalle norme sanitarie. Bisogna farsi carico di questa situazione: più di una donna su 10 rischia la propria salute con un aborto fai-da-te. Servono misure che garantiscano il diritto ad un aborto sicuro, a ricevere informazioni sulla sua prevenzione e ad accedere alla contraccezione, d’emergenza e non, raggiungendo anche giovani e donne straniere. Servono operatrici e operatori preparati e costantemente aggiornati. Servono strutture in grado di offrire, nei tempi e nelle procedure, il servizio migliore per garantire la protezione della salute delle donne che vogliono abortire”.

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