Reparti chiusi, mancanza di servizi per l’orientamento e ritardi. Le testimonianze raccolte da ilfattoquotidiano.it da Nord a Sud dell’Italia raccontano come interrompere la gravidanza durante l’emergenza sanitaria per il coronavirus sia stato in molti casi difficoltoso. Il ministero della Salute, nonostante gli appelli perché fosse reso possibile l’aborto farmacologico a casa, si è limitato a ribadire che l’interruzione di gravidanza è una prestazione non differibile.

In Italia l’aborto è garantito solo nel 64% circa delle strutture. Una situazione precaria che mette a rischio il diritto tutelato dalla legge 194, a cui si aggiungono: i buchi nella continuità assistenziale e la frammentazione dei servizi. Una delle prime problematiche per chi ha dovuto abortire in piena emergenza covid, è stata la mancanza di un sito istituzionale in cui fossero raccolte tutte le informazioni necessarie. Dove andare, a chi chiedere aiuto e come muoversi. Proprio per aiutare le donne in difficoltà, sono nate iniziative spontanee in rete di soccorso: dalla rete di Consultori privati laici al canale Telegram SOS Aborto_Covid-19, organizzato da Obiezione respinta, fino al blog “IVG-ho abortito e sto benissimo” che ha raccolto numerose segnalazioni.

“Una maratona telefonica per avere risposte” – Tra le prime storie che ilfattoquotidiano.it ha raccolto c’è quella di Renata: vive a Milano da poco e ha scoperto di essere incinta il 23 marzo. “Dalle prime ricerche mi è parso chiaro quale fosse il comune denominatore che avrebbe influenzato ogni mia decisione: l’emergenza sanitaria. La prima chiamata è stata all’Ospedale Buzzi, dove il telefono suonava a vuoto. Che il servizio fosse sospeso l’ho saputo dopo, grazie al passaparola e alle reti di mutuo aiuto”. Nella voce di Renata si mescolano rabbia, ansia e amarezza. “Tra la difficoltà del non potersi muovere da casa e quella di trovare medici operativi, grazie a un laboratorio di analisi che fa prelievi a domicilio, sono riuscita ad ottenere il referto necessario per avere il certificato con su scritto che sono incinta e che voglio abortire. Questo certificato è obbligatorio e per fortuna il mio medico di base me lo ha inviato via mail. È ricominciata poi la maratona telefonica“.

Così, “dopo giorni di frustrazione e con il terrore che la legge 194 fosse sospesa, sono riuscita a prendere contatto con l’ospedale Mangiagalli di Milano, senza però ottenere alcun appuntamento. Nonostante l’emergenza Covid-19, infatti, l’iter non è stato modificato e, seppur l’aborto sia garantito presso la struttura, bisogna andarci di persona. Un’ora in fila alle 7 della mattina per essere accettate (vengono ammesse le prime sei, e anche questa corsa a chi arriva prima è stata una pugnalata). Un’ora passata sulla strada, in piedi, al freddo, combattendo la nausea e il digiuno (ero convinta ci avrebbero fatto il prelievo); poi altro tempo per compilare un documento per escludere i sintomi del coronavirus e finalmente l’ingresso, una alla volta, per lavare le mani, indossare la mascherina e provare la temperatura”. Renata è dovuta tornare altre due volte in ospedale, una per le analisi di pre-ricovero, e una terza per l’intervento chirurgico. “Quando mi sono state comunicate tre settimane di attesa prima dell’intervento mi è venuto un colpo“. Per Renata ha significato arrivare dalla quinta all’undicesima settimana completa di gravidanza. “I passaggi, le uscite di casa e le autocertificazioni e l’ansia di ammalarsi sono state davvero troppe”.

“Sono stata respinta da tre ospedali” – Nelle settimane più critiche della pandemia, alcuni ospedali della Lombardia hanno interrotto il servizio Ivg. Ma i siti delle aziende socio sanitarie territoriali non davano indicazioni su quali fossero i reparti attivi e come fare per accedervi. “Ho 46 anni”, racconta una donna che vive in quelle zone, “e sono rimasta incinta dopo un rapporto occasionale avvenuto poco prima dell’inizio dell’emergenza. E’ stato un evento inatteso e sconvolgente: ho due figli e un lavoro precario da cui non posso assentarmi”. Così è iniziata la ricerca di un posto dove poter abortire: “A Lodi e Melegnano non mi hanno preso. A Pavia non c’era posto fino a fine marzo. Avevo nausea, pressione alta e mal di testa e non sono stata aiutata in nessun modo. Disperata ho cercato su google, dove ho trovato l’associazione LAIGA e la dottoressa Silvana Agatone. Grazie a lei non mi sono scoraggiata e sono approdata a Crema, dove ho potuto fare l’aborto farmacologico”.

“Donne spaesate e spaventate senza informazioni” – Secondo quanto denunciato intorno a metà aprile da Daniela Fantini, ginecologa e presidente del consultorio autogestito CEMP (Centro di educazione matrimoniale e prematrimoniale) di Milano, sarebbero state proprio le direzioni ospedaliere “a dare disposizioni ai propri dipendenti di non rispondere alle domande sui servizi IVG“. E in questa situazione di difficoltà generali, “l’angoscia è il minimo che ti può capitare”, spiega. “Lo spaesamento è una condizione tipica di chi si accorge di essere gravida senza averlo voluto. In un momento in cui molti servizi sono chiusi, allo spaesamento abituale si sommano ulteriori difficoltà”. Una precarietà confermata anche da Eleonora Mizzoni di Obiezione respinta: “E’ da circa un mese e mezzo che il nostro telefono per le emergenze viene contattato diverse volte al giorno”, spiega. “La cosa che più ci ha colpito è la mancanza di autonomia: molte ragazze sono tornate a casa dalle famiglie. Poi c’è la paura di uscire di casa, di andare in ospedale, il luogo meno sicuro dove andare se non sei malata. E nonostante ciò per abortire bisogna fare un iter assurdo, con servizi che sono stati ridotti o trasferiti ma senza una buona comunicazione all’utente”. E, in questa situazione, “ci siamo trovate a dover sopperire, a distanza, a un sistema che non funziona“. Infine, conclude: “L’altra questione grossa è il ricovero ospedaliero previsto per l’aborto farmacologico, che spinge a fare l’intervento chirurgico perché si può effettuare in day hospital”.

“Due ore al giorno per chiamare e il numero è sempre occupato” – Ma non solo in Lombardia sono state segnalate difficoltà. A Firenze, ad esempio, l’Ospedale Palagi faceva solo l’interruzione con metodo farmacologico, entro le 7 settimane (nel foglio illustrativo del farmaco l’utilizzo è previsto fino a 9 settimane, ma l’Agenzia italiana del farmaco, unica in Europa, dà indicazioni diverse). Mentre per gli interventi chirurgici le donne sono state inviate alla casa di cura Leonardo a Sovigliana (Vinci), nei pressi di Empoli, perché dal 22 marzo le sale operatorie sono state trasformate in reparto covid post terapia intensiva. Le donne dunque prima dovevano andare nel consultorio dell’ospedale covid e poi da lì cambiare struttura per l’intervento. Tutto questo non era scritto da nessuna parte, perché le pagine istituzionali sono ferme al pre-Covid, e bisogna ricavarlo telefonando ai servizi. All’Ospedale Careggi, dove secondo l’inchiesta di Non una di meno Firenze il 70% di ginecologi sono obiettori di coscienza, per ricevere informazioni durante la crisi bisognava telefonare in una fascia di due ore al giorno a un numero che risulta sempre occupato. Rispondeva la mail dell’Ufficio relazioni con il pubblico: sì, le interruzioni di gravidanza sono garantite. Però l’ASL mandava in clinica a Vinci e non al Careggi.

“Al telefono non volevano accettare la prenotazione, non sapevo dove andare” – Le storie sono tante e si va dai piccoli impedimenti, fino alla paura di non avere abbastanza tempo. Federica Di Martino gestisce il blog “IVG-ho abortito e sto benissimo” e ha ricevuto decine di segnalazioni nei periodo dell’emergenza sanitaria. “Ho passato l’ultimo giorno utile prima del decreto che ci ha bloccati a casa a tentare di contattare telefonicamente, invano, consultori e ospedali”, scrive una donna da Napoli. “Il giorno dopo sarei dovuta andare di persona, ma non è più stato possibile. L’unico che mi ha risposto, Ospedale Loreto mare, non ha più il reparto ginecologia”. Il servizio Ivg è stato infatti spostato all’Ospedale del mare. “Lì un’assistente sociale mi ha prima risposto che dovevo fare tutto il percorso da loro, dopo mia insistenza e dichiarazione che la cosa è illegale, mi ha detto che c’era posto lunedì per analisi. Mi ha suggerito di rivolgermi al San Paolo, che ora provo a chiamare. … Niente, al San Paolo sono già prenotati fino a metà aprile“.

“I medici di base fanno obiezione sui certificati di gravidanza” – In tante hanno invece scritto per raccontare dei medici di base che facevano obiezione sui certificati che attestano lo stato di gravidanza e la volontà di abortire. Anche qui, i casi raccolti sono decine. “Ariano Irpino, provincia di Avellino, medico di base rifiuta di fare certificato”. E ancora: “Oliveto Citra, il medico di base non acconsente a certificato, il ginecologo privato è obiettore, il consultorio del paese è chiuso. Prova a chiamare il consultorio a Salerno che dovrebbe essere aperto per emergenze ma non risponde nessuno”. Quest’obiezione però non è prevista per legge. Anna Uglietti, ginecologa in pensione, che per anni è stata la responsabile del reparto IVG dell’Ospedale Mangiagalli di Milano, spiega che sia i medici che rifiutano il certificato che le strutture che negano il servizio possono essere segnalati con un reclamo all’Ufficio relazioni con il pubblico dell’azienda sanitaria.

“Mi sono sentita boicottata, ho dovuto minacciare di chiamare i carabinieri” – Tra i casi raccolti da ilfattoquotidiano.it, c’è anche la storia di una studentessa di Medicina di Cosenza. “Speravo di poter fare l’aborto farmacologico a casa, ma una dottoressa della rete Pro Choice mi ha confermato che non era possibile e mi ha dato i riferimenti dell’ospedale di Lamezia Terme, uno dei pochi della regione che offre questa modalità”. Il primo problema, spiega, “è stato ottenere il certificato”: “Avevo le beta molto basse, perché ero proprio all’inizio della gravidanza, alla quarta settimana. La dottoressa del consultorio mi ha detto che dovevo aspettare finché le beta si fossero alzate, ma a quel punto avrei rischiato di andare oltre alla settima settimana e allora addio aborto farmacologico“. “Le beta” è l’indicatore che, nell’esame del sangue definito BetaHCG, segnala lo stato di gravidanza. “Allora ho minacciato di chiamare i carabinieri se non mi avesse fatto il certificato. Lei mi ha detto che avrei dovuto stampare l’esito degli esami del sangue, altrimenti niente. Le cartolerie erano tutte chiuse, ovviamente, e io non ho una stampante. Per fortuna ho trovato un tabaccaio aperto. Ho avuto l’impressione di dover affrontare un boicottaggio. E’ assurdo che i farmaci per l’aborto farmacologico non si possano prendere in casa sotto controllo medico, come invece avviene per altri farmaci che hanno effetti collaterali anche più gravi”.

L’aborto farmacologico – Una soluzione per limitare gli spostamenti, come fatto ad esempio in Francia e Inghilterra, sarebbe stata quella di permettere le interruzioni di gravidanza farmacologiche a casa. L’8 aprile si è mossa anche la SIGO, società di ginecologia e ostetricia che raccoglie le tre associazioni AOGOI, AGITE e AUGUI (rispettivamente di ostetricia e ginecologia ospedaliera, territoriale e universitaria). Ha sollecitato “un maggior ricorso all’aborto farmacologico, a tutela della salute e dei diritti delle donne, così come previsto dalla Legge 194/78″. Ha chiesto quindi di consentire la somministrazione dell’aborto farmacologico con un solo accesso in consultorio o ambulatorio, oppure a casa in supporto di telemedicina, insieme al prolungamento del limite da 7 a 9 settimane di gestazione. Lo aveva richiesto, inizialmente, Pro-choice RICA (rete italiana contraccezione aborto) con una lettera al Ministero della salute, al Presidente del Consiglio e alla Agenzia italiana del farmaco, firmata anche dalle associazioni AMICA, LAIGA e Vita di donna, e con una petizione sottoscritta da intellettuali, parlamentari oltre che da ginecologi, ginecologhe e ostetriche che si trovano ogni giorno in prima linea nell’applicazione della legge 194. Alla petizione nessun rappresentante delle istituzioni ha mai dato seguito. Nel frattempo Elsa Viora, presidente AOGOI, ha annunciato che inizieranno a fare corsi di formazione per gli operatori. Un’iniziativa importante: è la prima volta dal 2010, anno in cui è stato introdotta la Ru486 in Italia. In attesa che arrivi una risposta sulla possibilità di fare l’aborto farmacologico da casa.

*Ha collaborato Roberta Lazzeri

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