Casapound ha un primo momento di notorietà nel dicembre 2003, quando occupa in una zona centrale di Roma (via Napoleone III, nel quartiere Esquilino) un edificio pubblico di sessanta vani, composto da almeno una ventina di appartamenti in cui i dirigenti di Casapound hanno messo a vivere i propri familiari e amici. Casapound dichiara che gli occupanti sono soggetti in emergenza abitativa, ma le verifiche della Guardia di Finanza rilevano invece che sono economicamente autosufficienti. E sono molti i milioni di euro persi dallo Stato per il mancato pagamento dei canoni di affitto in tutti questi anni.

Casapound – che ha un proprio Blocco Studentesco all’Università – partecipa solo all’inizio della sua attività a qualche tornata elettorale in diverse località italiane, per lo più a sostegno di candidati leghisti. Il suo presidente Gianluca Iannone si candida a sindaco di Roma nel 2016, ma da allora desiste visto il magrissimo risultato (1,18%).

Nella confusa ideologia di Casapound (ma è bene ricordare che i suoi militanti almeno un’idea in testa ce l’hanno, visto che si definiscono “I fascisti del terzo millennio”) rilevano alcuni aspetti, che ne fanno con chiarezza una riedizione, sia pure in miniatura, del Partito Nazionale Fascista: la grande ammirazione per la legislazione sociale di Mussolini, il richiamo al “Manifesto di Verona”, il razzismo, il nazionalismo estremo, l’antisemitismo, l’ostilità per gli immigrati.

Fra i “programmi”, l’abolizione di due riforme dovute – guardacaso – a due ministri di sesso femminile: la Fornero e la Merlin. Come operatore della comunicazione, suggerisco ai dirigenti di Casapound un inequivocabile slogan da caserma: “Riapriamo i casini”.

Fra le molte vicende che provano il carattere eversivo e neofascista di Casapound ci sono le decine di arresti di militanti e simpatizzanti per episodi di violenza politica (fra gli altri, il vicepresidente Simone Di Stefano), le denunce per aggressioni subite da diverse forze politiche, le irruzioni nelle sedi Rai.

L’episodio più grave si verificò nel dicembre del 2011 a Firenze, dove un militante e collaboratore di Casapound, Gianluca Casseri, uccise due venditori ambulanti di origine senegalese, ferendone gravemente un terzo, per poi togliersi la vita poco prima di essere catturato dalle forze dell’ordine.

A seguito di questo dramma la figlia di Ezra Pound chiese alla giustizia italiana di cambiare il nome del movimento, che disonorava la memoria del padre, ma il tribunale di Roma respinse la sua richiesta con la motivazione (sintetizzo) che “Casa Pound” non è la stessa cosa di “Ezra Pound” (gli Azzeccagarbugli non c’erano solo ai tempi dei “Promessi sposi”).

Da anni i partiti e i movimenti democratici chiedono (a mio parere, senza la determinazione e la costanza che la vicenda meriterebbe) lo sgombero della sede di Casapound. Su questo tema si è molto impegnata la sindaca Virginia Raggi, che però è riuscita solo – recandosi di persona di fronte al palazzo occupato – a far rimuovere la grande scritta sul palazzo “Casapound”.

Vedremo gli sviluppi, anche dopo la recente ingiunzione di sgombero.

Intanto, però, vorrei rivolgere un invito al ministro Luciana Lamorgese non solo e non tanto a sostenere l’impegno della sindaca di Roma ma soprattutto a decretare lo scioglimento di Casapound.

Le basi giuridiche e legislative per un provvedimento del genere sono molteplici e chiare.

Innanzitutto c’è la Costituzione – nata dalla concorde volontà di tutte le forze antifasciste italiane – che nella XII disposizione transitoria e finale è tassativa: “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. I più autorevoli giuristi hanno affermato concordemente che pur essendo inserita tra le disposizioni transitorie e finali la norma ha carattere permanente e valore giuridico pari a quello delle altre norme della Costituzione.

Se questo non bastasse, nel 1952 la legge n. 645 (detta “Legge Scelba” dal nome del ministro degli Interni dell’epoca) ha ripreso con forza la disposizione transitoria della Costituzione, sanzionando “chiunque promuova od organizzi sotto qualsiasi forma la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure chiunque pubblicamente esalti esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”. Ogni tipo di apologia è punibile con un arresto dai 18 mesi ai 4 anni. Le pene sono più severe se il fatto riguarda idee o metodi razzisti o se è commesso con il mezzo della stampa. La pena detentiva è accompagnata dalla pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici.

Dunque, lo scioglimento di questo movimento eversivo è un obbligo per chi governa il Paese: ancora più pressante se il ministro degli Interni è un prefetto che nella sua lunga carriera ha sempre dimostrato una profonda fede democratica. Come può consentire, un ministro con queste caratteristiche, la sopravvivenza di una sia pur piccola vergogna per la democrazia come Casapound?

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