A pochi giorni dalla cattura di Félicien Kabuga, superlatitante fra i più ricercati per le responsabilità nel genocidio rwandese, ecco un altro nome eccellente depennato dall’elenco dei ricercati. Si tratta di Augustin Bizimana: i suoi resti sono stati identificati con certezza e risulta morto da più di vent’anni.

L’annuncio è arrivato da Serge Brammertz, procuratore capo del Residual Mechanism for International Criminal Tribunals (RMICT), il tribunale incaricato nel 2010 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di proseguire le funzioni essenziali prima spettanti a due Tribunali speciali: Il Tribunale Speciale Internazionale per il Rwanda e il Tribunale Internazionale per la ex Yugoslavia.

Nulla è dato sapere su come si sia giunti a rinvenire i resti di Bizimana: si trovavano in una tomba a Point Noire, nella Repubblica Popolare del Congo (capitale Brazzaville), a oltre 2000 km dal Rwanda. «La conferma della sua morte – si legge nel comunicato del RMICT – è il risultato di un’approfondita indagine dell’ufficio del Procuratore, che ha unito un’avanzata tecnologia a estese operazioni sul campo, con la collaborazione delle autorità competenti in Rwanda, Repubblica del Congo, Paesi Bassi e Stati Uniti.» «Alla fine dello scorso anno – si legge ancora nella nota – l’Ufficio ha terminato le analisi del DNA su campioni di resti umani precedentemente ottenuti da una tomba sita a Point Noire. Successive indagini e analisi comparative del DNA svolte negli ultimi mesi hanno concluso che i resti non potevano essere di nessun altro. L’Ufficio ha inoltre compiuto ulteriori verifiche riguardo alle circostanze della morte di Bizimana. Si pensa che sia morto nell’agosto 2000 a Pointe Noire.»

Si chiude così una settimana chiave nella caccia agli ultimi latitanti accusati della pianificazione e conduzione del genocidio che fra l’aprile e il luglio del 1994 provocò la morte violenta di almeno 800mila rwandesi tutsi e hutu moderati. Bizimana era allora ministro della difesa nel governo ad interim. Ricercato dal 1998, sul suo capo pendevano tredici capi d’accusa: genocidio, complicità in genocidio, sterminio, assassinio, stupro, tortura, altri atti inumani, persecuzione, trattamento crudele, oltraggio della dignità personale. Fra le accuse, gli era imputata la responsabilità dell’assassinio dell’allora primo ministro Agathe Uwilingiyimana e di dieci peacekeepers belgi.

Dopo la conferma della sua morte e l’arresto di Kabuga avvenuto nei dintorni di Parigi lo scorso 16 maggio, resta un solo uomo ancora da catturare, fra i “most wanted” incriminati dal Tribunale criminale internazionale per il Rwanda (ICTR): si tratta di Protais Mpiranya, ex comandante della Guardia presidenziale delle Forze armate rwandesi. Oltre a lui, il RMICT ricerca altri cinque latitanti: Fulgence Kayishema, Phénéas Munyarugarama, Aloys Ndimbati, Ryandikayo e Charles Sikubwabo. Secondo il Procuratore, tutti si troverebbero in Africa. Per la loro cattura, fa appello a tutti gli stati membri per una rinnovata e intensa collaborazione (finora in alcuni casi carente), che assicuri alla giustizia anche gli ultimi responsabili di una delle più sconvolgenti tragedie del secolo scorso. Affinché passi chiaro il messaggio che l’impunità non è contemplata né tollerata. Come ha dichiarato Brammertz al New York Times: “Vi prenderemo tutti”.

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