Il finanziatore del genocidio rwandese Félicien Kabuga è stato arrestato nei sobborghi di Parigi, dopo 23 anni di latitanza. Un’operazione della gendarmeria francese che all’alba di sabato ha fatto irruzione in un appartamento dove l’uomo viveva sotto falso nome. Sostenitore dell’odio, a servizio del quale ha messo le sue enormi ricchezze, Kabuga, oggi 84enne, fu uno dei registi del genocidio che devastò il suo paese nel 1994. Tre mesi d’inferno che lasciarono sul terreno almeno 800mila vittime, nella stragrande maggioranza di etnia tutsi. Forse il genocidio più sanguinoso che la storia se si rapporta il numero dei morti alla durata della carneficina, il più cruento e violento, con persone inermi massacrate a colpi di machete.

Il “via” partì da un’emittente, Radio Mille Colline, i cui microfoni vomitavano hate speech (come diremmo oggi) incitando a “schiacciare gli scarafaggi”. Una follia collettiva che in tre mesi fece strage della minoranza tutsi e anche di chiunque fra gli hutu moderati si opponesse all’epurazione.

Ecco, dietro quella radio c’era lui, ricco uomo d’affari, proprietario di centinaia di ettari di coltivazioni di tè, di molti beni immobiliari, nonché di una grossa azienda di import-export. Un uomo ricchissimo e anche vicinissimo alla moglie del presidente hutu allora in carica, Juvénal Habyarimana, nonché fulcro dell’Akazu, la cerchia ristretta degli estremisti sostenitori dell’hutu power. Il presidente Habyarimana rimase ucciso nell’abbattimento del suo aereo, il 6 aprile 1994, scatenando la furia omicida. Furono i soldi di Kabuga che non solo finanziarono Radio Mille Colline, ma anche l’acquisto dei machete, a scatenarla: secondo l’atto d’accusa del Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda, Kabuga ordinò ai dipendenti della sua società di importarne dalla Cina un numero impressionante.

Fuggito all’estero dopo che nel luglio di quell’anno il potere fu preso dall’Fpr del tutsi Paul Kagame (che ancora oggi guida il Rwanda), nel 1997 il Tribunale Penale Internazionale lo ha condannato in contumacia. Da allora ha sempre goduto di protezioni e amicizie altolocate che ne hanno favorito la latitanza. Gli Stati Uniti avevano messo una taglia di 5 milioni di dollari sulla sua testa, eppure per 23 anni ha vissuto indisturbato, prima in Svizzera, poi brevemente nella Repubblica Democratica del Congo e in seguito in Kenya, dove era stata anche organizzata un’operazione per catturarlo, ma senza successo.

Poi è tornato in Europa, spostandosi fra Belgio, Lussemburgo e Germania e continuando nel frattempo a rivestire un ruolo attivo nel sostegno agli oppositori del potere di Kagame, tramite un “Fondo di difesa nazionale” che raccoglieva soldi tra la diaspora per finanziare prima le milizie genocidarie degli Interahamwe, poi le Fdlr (Forze democratiche per la liberazione del Rwanda), gruppo armato nascosto nel confinante Congo, da dove ha condotto in questi anni azioni di destabilizzazione verso la madrepatria, ma anche verso la RdCongo, con crimini efferati sui civili.

Probabilmente, a favorire la fine della latitanza di Kabuga ha contribuito il nuovo corso della politica estera di Emmanuel Macron che ha voluto ricucire il rapporto con Kigali dopo anni di forti frizioni e accuse di coprire i genocidari. Non secondarie anche le scelte del nuovo presidente congolese Félix Tshisekedi che ha avviato operazioni militari contro le Fdlr sul proprio territorio, in accordo con Paul Kagame e, pare, anche con la collaborazione attiva delle forze militari rwandesi. Tutti questi elementi hanno probabilmente indebolito la rete di sostegno e protezione del latitante Kabuga.

Ora lo attende la decisione del tribunale di Parigi su un eventuale trasferimento alla Corte dell’Aja, dove dovrà rispondere di sette capi d’accusa per genocidio e crimini contro l’umanità. Félicien Kabuga era uno del pesci grossi che mancavano ancora all’appello, ma non l’ultimo. Il Rwanda ha emesso una trentina di mandati d’arresto contro altri presunti genocidari che si troverebbero in Francia, fra i quali spicca Agathe Kanziga, la vedova del presidente Habyarimana.

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