Tirare le somme sui significati, sociali o simbolici, di questa pandemia è un esercizio sterile e antipatico, specie da parte di chi non ha i gradi medici e scientifici per farlo in maniera attendibile, specie perché non è affatto finita. Ciò che è evidente, tuttavia, è come l’emergenza Covid-19 sia riuscita finora a mettere a nudo e in risalto tutte le contraddizioni delle strutture che compongono la nostra società, strutture che sentiamo scricchiolare ogni giorno.

Dalla mancata regolarizzazione di molti dei braccianti agricoli vittime di sfruttamento, al claudicante processo di gestione degli esami scolastici in vista della fine dell’anno, ogni settore lavorativo e istituzionale si è trovato al centro di un dibattito causato da una forza maggiore alla quale si è arrivati impreparati, a cavallo di priorità che di fronte a un microrganismo ostile sono diventate obsolete. Nel caso dei braccianti agricoli, è evidente come certe occasioni per fare di necessità virtù e giustizia sociale non vogliano essere colte, nel caso della scuola è evidente quanto la classe dirigente abbia pensieri ancora troppo acerbi per giungere alla riflessione riformatrice che l’istruzione dell’obbligo richiede da ormai troppi anni.

Tra tutte le priorità di ieri, tra tutti i settori imprescindibili per il tessuto culturale e sociale del Paese, quello che ci ha fatto fare più fatica, nel fingere che ce ne importasse davvero qualcosa in un momento del genere, è stato purtroppo il calcio.

Chi vi scrive vi parla da tifoso a cui manca la propria squadra del cuore così come il rito dei campionati e delle coppe, ma non a sufficienza da immaginare uno spettacolo che riparta senza pubblico, senza le garanzie sanitarie perché si possa essere certi che duri, in sostanza come una serie di partite a Subbuteo tra industriali innervositi, per risolvere questioni di bilancio. Ed è forse questa la più grande contraddizione del calcio, che si rivela ora in tutta la sua spiacevolezza ma che d’altronde già ci era nota da qualche decennio.

Il pallone è diventato un affare perché culturalmente l’abbiamo fatto nostro, quindi un colosso sempre più vicino a logiche industriali che ludiche, ma ci è andato bene comunque, perché abbiamo continuato a sentirlo nostro, almeno a livello di partecipazione emotiva. Oggi il calcio è costretto a ripartire senza partecipazione emotiva diretta, addirittura dovendo sottostare a norme di distanziamento che rischiano di renderlo goffo e meccanico, un anti-spettacolo.

Il punto d’incontro tra Comitato tecnico scientifico e Federcalcio è stato trovato, e a quanto pare tutti i campionati professionistici ricominceranno per chiudere entro il 20 agosto, con apertura al primo di settembre della stagione 2020/2021. Il calcio ripartirà dunque senza sapere se riuscirà ad arrivare in porto, e lo farà senza pubblico. Probabilmente lo seguiremo comunque, ma sarà interessante osservare cosa accadrà alla qualità della nostra partecipazione emotiva, man mano che i risultati, gli intoppi e le contraddizioni creeranno nuovi spunti di dibattito su un tema che era nato per distrarci.

Più che uno spettacolo, quindi, sarà forse un meta-spettacolo e, per la prima volta, più una questione altrui. Meno nostra che mai.

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