“Se non ho un termoscanner grande come quello degli aeroporti non riapro. Dovrebbe arrivare a breve”. C’è anche questa fra le tante misure che cvuole mettere in atto per affrontare la fase 2. È la responsabile della rsa Domus Patrizia di Milano, struttura diventata celebre nelle settimane scorse perché è riuscita a mantenere pazienti e personale al sicuro dai contagi. Nessun caso positivo, né fra gli 84 ospiti né fra gli 80 dipendenti. Ora, dopo oltre un mese di isolamento, bisogna pensare a come ripartire.

“Stiamo aspettando la delibera della Regione Lombardia e in base a quella capiremo quando riaprire le visite dei parenti, che non possono accedere alla struttura da fine febbraio, subito dopo l’inizio dell’emergenza”, spiega Massarotti a IlFattoQuotidiano.it. “Per il momento abbiamo chiesto di pazientare fino al 18 maggio”. Al massimo un parente per ogni ospite, non più di una volta alla settimana, per un quarto d’ora di tempo: nei prossimi giorni, i parenti degli ospiti ricoverati alla Domus Patrizia potranno fare visita ai loro cari così. Ed è per il bene di tutti: “Dobbiamo stare molto attenti. Questa seconda fase, a mio avviso, è quasi più delicata della prima. Con il numero di ospiti che abbiamo, se riaprissimo ai parenti senza contingentare avremmo un flusso di persone altissimo”. Tutte coloro che entreranno nella struttura dovranno passare attraverso un termoscanner: “Lo preferisco al rilevatore automatico chi si mette sulla fronte”.

I ricoveri riprenderanno, anche questi con le dovute attenzioni: “Ai nuovi ricoverati sarà dedicata una stanza singola, dove resteranno in isolamento per 15 giorni. In seguito, faremo due tamponi. Se entrambi risulteranno negativi, li sposteremo nelle camere doppie con gli altri ospiti. Come se fossero casi covid, insomma, anche se non lo sono”.

Per capire come la Domus Patrizia abbia fatto a proteggersi dai contagi bisogna tornare al 23 febbraio: “Quando ho sentito le notizie sui primi casi di covid a Codogno, mi sono subito allarmata. Io sono una pessimista di natura e ho pensato al peggio”, ricorda Massarotti. Da subito chiude le porte della struttura ai parenti e vieta le uscite agli ospiti autosufficienti, che ogni tanto fanno un giro all’esterno della rsa. Intanto il personale comincia a indossare regolarmente i presidi sanitari come mascherine e guanti monouso.

Passato qualche giorno, viene avviato una sorta di lockdown in proprio. Si cerca quindi di ridurre anche la stessa presenza del personale, il più possibile: “Sedici volontari, che io chiamo ‘angeli’ si sono offerti di passare giorno e notte dentro alla struttura, senza mai uscire. Dal 30 marzo al 3 maggio hanno dormito, mangiato e lavorato lì. Senza turnazione, con ritmi pesantissimi”, spiega Massarotti. Il resto del personale è stato messo in cassa integrazione. I pazienti hanno capito: “Sono rimasti tranquilli. Loro, per primi, chiedevano ai propri cari di non venirli a trovare. Noi intanto ci siamo organizzati con foto e videochiamate perché continuassero a sentire un legame con la propria famiglia e perché non si sentissero abbandonati”. Più difficile invece giustificare con i parenti una scelta forte come quella della chiusura completa, perché il 23 febbraio la percezione del coronavirus era molto diversa.

Il 4 maggio il resto del personale è tornato a lavorare, previo tampone. A differenza di prima, gli operatori non girano più fra i piani della Domus Patrizia, in tutto cinque, ma rimangono fissi: “Temevamo soprattutto gli asintomatici. Invece sono tutti negativi”, sorride Massarotti.

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