Pioggia, freddo e vento su tutto il paese : domenica decisamente poco piacevole quella del 22 aprile 1990 in Italia. Ma a prescindere dal clima, quella domenica piacevole lo fu sicuramente per i napoletani a Bologna che vinsero il loro secondo scudetto, poco piacevole per i milanisti a Verona che quello scudetto, incredibilmente, lo persero. Questo però lo sanno tutti e chiedere “Ti ricordi della fatal Verona” a un calciofilo è quasi offensivo, diventerebbe banale persino parlare di Iliev, De Marchi e Victor Hugo Sotomayor. Già, Sotomayor: argentino di Cordoba, stopper, non un granché a dire il vero e forse pure un po’ raccomandato, che contro il Milan però sale in cielo segnando uno dei più bei gol di testa da angolo, l’unico gol fino ad allora in A, pesantissimo.

E dunque quel 22 aprile atipico: pioggia e freddo non sono norma per aprile inoltrato e neppure le condizioni ideali per gli argentini. E invece per una strana congiunzione astrale, sotto la pioggia, si balla il tango. Di Maradona inutile parlare: El Pibe fa il suo a Bologna, Sotomayor come detto si alza in cielo a Verona, Claudio Caniggia regala l’Europa all’Atalanta segnando il gol decisivo contro il Genoa e ad Ascoli Juan Alberto Barbas detto Beto fa l’ultimo regalo al Lecce.

Lasciando perdere le vicende straconosciute di quello scudetto, della Fatal Verona e di Diego, eccoci a ricordare Barbas, che di Diego fu amico e riserva e che per i salentini è (quasi) l’equivalente di ciò che il Pibe fu per i napoletani.E quella domenica ad Ascoli, Barbas regala un altro anno di serie A al bel Lecce di Mazzone: alla penultima coi marchigiani che si giocano davanti al pubblico amico le residue speranze di salvezza l’argentino prima sfodera una punizione delle sue, una di quelle che al Via Del Mare sarebbe stata accompagnata dal coro “Beto, Beto, Beto, mina la bomba, mina la bomba” e poi con un inserimento e destro nell’angolino chiude la partita.

Una doppietta che condanna l’Ascoli di Agroppi e regala la permanenza in A ai pugliesi. Poi la passerella in casa per l’ultima contro la Juve. Inaspettatamente, per Barbas e per i tifosi, la sua ultima gara in maglia giallorossa.
Piccoletto, regista, cresce e si afferma ad Avellaneda, nel Racing: è bravo, intelligente, ha buoni piedi, è elegante e infatti finisce subito nel giro dell’Under 20, assieme a Diego. I due diventano amici. Passa in maggiore e viene convocato anche per i mondiali in Spagna nell’82: lo nota l’olandese Beenhakker e lo porta al Saragozza. Anche in Liga gioca bene confermando tutte le sue doti: la capacità di dettare i ritmi, un piedino niente male e anche una buona propensione al goal. Erano i tempi in cui il richiamo dell’Italia era fortissimo, tempi in cui era normale che un ottimo giocatore nel giro della nazionale argentina accettasse con entusiasmo l’offerta di una squadra che nel campionato di Platini, Van Basten, Maradona e Rumenigge lotta dichiaratamente per non retrocedere. E infatti Beto non ci pensa due volte e firma per il Lecce.

Era il 1985, con Barbas alla corte di Fascetti arriva un altro argentino, Pedro Pasculli, ma va tutto male, i salentini retrocedono, togliendosi lo sfizio di scippare lo scudetto alla Roma alla penultima. Barbas fa doppietta all’Olimpico, il Lecce già retrocesso vince 3 a 2 facendo sfumare il sogno capitolino: tra i più furiosi c’è Boniek. Non è un dettaglio. I poliziotti romanisti a Fiumicino si vendicano con uno scherzo: lo trattengono per controlli, Beto si spaventa e loro gli spiegano che l’avrebbero arrestato per lo scudetto perso, scoppiando poi in una risata e rendendo palese la burla.

Barbas resta anche in B assieme a Pasculli e in panchina arriva Carletto Mazzone: i salentini arrivano quarti, ma perdono agli spareggi col Cesena restando in cadetteria. L’anno seguente, in una squadra in cui scalpitano due giovanotti niente male, Moriero e Conte, la promozione arriva, con Barbas che segna gol importanti, su tutti quello che regala la vittoria nel derby col Bari.

Seguiranno tre campionati consecutivi in serie A, due salvezze con la firma di Beto: prima è il Torino a farne le spese. Beto con una punizione delle sue condannerà i granata alla B, facendo provare a Mazzone 14 anni prima l’esultanza di Brescia-Atalanta. Poi la doppietta ad Ascoli di trent’anni fa, che regala un altro anno di massima serie ai leccesi. Mazzone andrà a via, al suo posto arriverà Boniek, passato dall’arrabbiatura in campo per lo scudetto perso con la Roma all’esordio in panchina proprio a Lecce. Ma il polacco deciderà di far a meno di Beto, preferendogli il russo Aleijnikov. Retrocedendo. Barbas andrà in Svizzera, al Locarno e al Sion per poi chiudere la carriera da calciatore in patria.

Dopo di lui la maglia giallorossa l’hanno indossata tanti campioni da Chevanton a Vucinic, da Miccoli a Bojinov, ma pochi hanno dubbi: il più forte è Beto Barbas.

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